Riflessioni in pillole: perchè compriamo quello che compriamo?

Lucca nel 1993, quando la fiera stava tutta nel Palazzetto dello Sport

Lucca nel 1993, quando la fiera stava tutta dentro al Palazzetto dello Sport

La notizia, giunta poco tempo fa, della morte improvvisa e inaspettata di Lorenzo Bartoli (sceneggiatore e romanziere, tra le altre cose uno dei creatori di John Doe), mi ha provocato non poche riflessioni.

Prime fra tutte, sicuramente, quelle che si fanno ogni volta che scompare una persona così giovane, e con ancora tante cose da dare ai suoi parenti, ai suoi amici, ma anche ai suoi lettori. Si può parlare, in casi come questi, di una morte “ingiusta”? Difficile da dire, forse impossibile. La Morte “reale”, che è ben diversa da quella benevola e simpaticona di Dylan Dog, con la quale è possibile scendere a patti se prima la si fa divertire, non guarda davvero in faccia a nessuno. Arriva, prende, e di una vita lascia solo le briciole, le piccole cose che durante la nostra esistenza siamo riusciti a seminare e far crescere.

Io non sono il tipo di persona che, quando qualcuno muore, fa il presenzialista a tutti i costi. Piuttosto di essere confuso con chi ritiene i i suoi messaggi di addio più importanti del destinatario preferisco tacere, e lo avrei fatto anche in questa occasione. Ma, come ripeto, questa morte mi ha fatto riflettere su alcune cose che volevo condividere da un po’. Preferisco dunque farlo qui, lontano dai riflettori, al riparo in quella che – a quanto pare – posso da pochi giorni considerare “casa mia”.

Ho avuto un solo contatto con Bartoli, ai tempi di una lontanissima Lucca Comics 1993, quando ancora la fiera si svolgeva dentro il Palazzetto dello Sport, c’era un decimo della gente che c’è oggi e io arrivavo in treno cambiando a Firenze-Santa Maria Novella. Ero lì con altri amici, e Bartoli ci placcò mentre passavamo lungo un corridoio, chiedendoci con grande entusiasmo se ci interessava un nuovo bellissimo fumetto di fantascienza. Era appena uscito il numero zero, e prendendolo subito avremmo avuto anche gli autografi degli autori.

Quel fumetto era il suo Arthur King.

Arthur King numero zero

Arthur King numero zero

A me e all’amica Francesca, giovani curiosi e un po’ timidi, mancò il coraggio di dire di no, o la capacità di glissare elegantemente. Ci avvicinammo allo stand, demmo un’occhiata al fumetto e… Perché no? Poteva essere interessante! Così, nel giro di pochi minuti, ci ritrovammo con le nostre due belle copie autografate di AK. Io, a dire il vero, ero ancora un po’ perplesso, perché… beh, era un fumetto di fantascienza, i disegni erano “strani”, il protagonista aveva la tuta e il ciuffo bianco… insomma, pareva la copia comica di Nathan Never! E invece saltò fuori che Arthur King era molto diverso, molto personale, graziato da disegni grotteschi e angolosi come mai avevo visto prima. Dopo il numero zero comprai i numeri successivi, seguendo la serie fin quasi alla fine.

Perché mi viene in mente tutto questo? Perché la morte di Bartoli mi ha ricordato quella vecchia Lucca e Arthur King, e Arthur King mi ha ricordato gli anni ’90, nei quali io – e altri appassionati come me – compravamo di tutto, dando una chance a molti personaggi, senza far distinzione tra italiani, americani, francesi, argentini o giapponesi. Certo, l’invasione dei manga era appena agli inizi, e sicuramente c’erano molti meno fumetti tra i quali scegliere (e molto più tempo libero, aggiungerei); eppure ricordo distintamente di aver dato fiducia a tante testate di autori italiani assolutamente sconosciuti. In alcuni casi, per via della scarsa qualità, la fiducia è durata un numero o due. In altri, è andata avanti per anni. Era un fumetto? Sembrava “fico”? Si comprava. E se era bello si continuava a comprare. Da quale paese venisse era secondario.

Oggi non è più così. Leggo fumetti da trent’anni, ho perfezionato i miei gusti, e ci sono cose che non comprerei mai, che non mi interessano più, o che scarto a priori. In mezzo a questi fumetti “scartati”, però, ho notato che molto spesso finivano le opere di autori italiani, le stesse che quando avevo venti, o dieci anni di meno avrei invece comprato correndo il rischio. Mi riferisco, ovviamente, a opere di autori di TALENTO.

Di chi è la “colpa” di questo? Forse degli autori italiani di una volta, che non erano poi così professionali e hanno finito per renderci diffidenti. Forse dei prezzi, sempre più elevati quando si tratta di piccole produzioni. Forse degli editori, che hanno preferito puntare – a parte il coraggiosissimo Sergio Bonelli – sui gusti del pubblico, pompando fumetti importati da loro e togliendo sempre più spazio ai nostri. Forse di altri tipi di editori, che invece di produrre fumetti di qualità hanno raccattato le prime persone trovate in giro, senza esperienza e stile, incalzandoli a produrre fumetti “brutta copia” dei titoli di successo. Ma colpa anche del lettore italiano medio che – come l’appassionato di cinema, di musica o di sport – da sempre è stato “esterofilo”, di quelli che si fanno incantare da tutto ciò che viene da fuori.

Quando a Lucca uscivano "bombe atomiche" del calibro di IMAGE numero 1, chi aveva il tempo per pensare ai ben più modesti italiani?

Quando a Lucca uscivano “bombe atomiche” del calibro di IMAGE numero 1, chi aveva il tempo di pensare ai fumetti italiani?

Siamo forse l’unico paese nel quale i lettori conoscono a menadito il numero di storie di Green Lantern (cross-over compresi) scritte da Jeoff Johns, o nel quale i ragazzini vanno in fumetteria a cercare i Ramen e chiedono i manga citandone pefettamente il titolo originale, o dove gli sceneggiatori sanno scrivere una storia ambientata nella New York degli anni ’20 o nel Giappone feudale come se fossero nati lì, ma dove succede anche che, quando si parla di autori italiani, a parte i soliti nomi noti, il grande pubblico non sa che cosa dire. E certamente è colpa degli editori (ma fino a un certo punto: devono campare, non sono gruppi di carità), dei prezzi, degli autori incapaci, dell’aumento della carta e delle tariffe autostradali, del precariato e del governo, del maltempo e della playstation, del porno su internet e delle mogli rompicoglioni, della crisi dei bachi da seta, delle Variant e del vaccino da fare al cane. Ma, in fin dei conti, nessuno ci obbliga a comprare solo fumetti stranieri, nemmeno gli editori. I prezzi sono alti, ma non così tanto. Gli autori sono scarsi, ma ce ne sono anche di bravissimi. E per quanto riguarda il governo, le mogli, i cani, il porno e via dicendo, anche qui la scelta in fondo in fondo rimane nostra.

Uno dei motivi per i quali si comprano meno fumetti italiani: la diminuzione del numero dei bachi da seta

Uno dei motivi per i quali si comprano meno fumetti italiani: la diminuzione del numero dei bachi da seta

Non ricordo dove, ma una volta lessi una fase illuminante che non ricordo a memoria, ma che diceva più o meno così:  ogni dittatura, anche la più crudele, si basa sempre e comunque su una minima parte di accettazione da parte di coloro che vengono vessati. Insomma, il ruolo della vittima non sempre è imposto.

Quello che ho fatto io (attenzione: non è quello che voglio che facciate VOI. E’ quello che faccio IO) è stato cercare, dopo tanti anni, di uscire dall’apatia, dal luogo comune nel quale ero sprofondato, e che diceva più o meno “Gli X-men sono fichissimi, i fumetti italiani sono tutti  brutti, fatti male, noiosi e costano troppo”. Perché se è vero che sono maturato, e i miei gusti con me, è anche vero che mi sono adagiato, che cerco ancora soddisfazione leggendo le storie di personaggi che mi piacevano vent’anni fa e che per forza di cose spesso non possono più soddisfarmi. Che sono pigro e non vado alla scoperta di niente. Che sono, come direbbe un famoso eroe, “codardo e superstizioso”.

Per cui, tra le cose che rimpiango del giovane lettore che ero – ed eccoci per fortuna la fine dell’articolo – c’è soprattutto quel “Sense of Wonder”, la capacità di provare emozioni sempre diverse, di affidarmi senza preconcetti, senza luoghi comuni, badando solo alla qualità, impegnandomi a trovare prodotti nuovi, a sostenere giovani autori, a puntare su fumetti che possono darmi qualcosa di nuovo, stupirmi, sorprendermi.

Quello che vorrei, riflettevo, è evitare di fossilizzarmi. Tornare un lettore attivo, di quelli che le scoperte “mitiche”, quelle che ti segnano, se le va a cercare usando il lanternino, scavando sotto i chili di materiale di successo per trovare le vere gemme, e senza dover guardare sempre oltre i nostri confini. E vorrei anche ripagare in minima parte, fosse anche solo tramite i 5 o 10 euro di spesa che faccio, tutto quello che gli autori italiani (bravi) di fumetti (belli) hanno fatto per me. In fondo, se nell’estate del 1989 non avessi letto il mio primo, italianissimo Dylan Dog (“La scogliera degli spettri”, di Medda/Serra/Vigna e Ambrosini), oggi non sarei qui.

Se esiste un modo per rendere omaggio a Lorenzo Bartoli, e a tutti i fumettisti di talento come lui, conosciuti o meno, in attività o meno, credo che questo sia il migliore.


Il disegno che compare nella testata di L110P è di Rossana Berretta e ritrae il suo personaggio Balthazar l’implacabile. Per informazioni: http://www.balthazarlimplacabile.altervista.org/index.html

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