Pillola ventitré: “Jack Espresso” di Formola & Colonnelli

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Sono io che sbaglio, o per quel che riguarda i fumetti c’è un gran movimento di persone e di idee provenienti dal sud Italia? Non so, sicuramente la cosa c’è sempre stata e io me ne sto accorgendo solo ora; fatto sta che di recente mi sto imbattendo in un mucchio di web comics o volumi cartacei scritti e disegnati con passione e talento da ragazzi che vengono da Napoli, o comunque dal sud.
(Uno per tutti? Storie ‘e Merd di Ruben Curto, con la sua Sfasciascienza napoletana)

La cosa, ovviamente, non può che farmi piacere. Anche perché in ciascuno di quei fumetti mi pare di vedere dei contenuti molto diversi dai soliti tentativi di fare spettacolo, “avventura”, o – dal versante opposto – dal desiderio di scrivere Artistiche Graphic Novel Autobiografiche che spesso si risolvono in vuote disquisizioni sul nulla.

No no: nei fumetti fatti da questi ragazzi vedo spesso la vita, quella vera. A volte un po’ mascherata, ma sicuramente basata su fatti e persone reali. Mi sembra di intravedere nelle loro pagine accenni a un mondo che è quello di tutti i giorni, quello che puoi trovare fuori dalla porta, e che è ben diverso da certe rappresentazioni “borghesi”, “sterili” e totalmente fantastiche che appaiono invece in certi fumetti “del nord”. E dirò anche un’altra cosa: in questi fumetti mi pare di vedere tanta passione, tanto cuore, tanta intelligente ironia, tanta coscienza, tanto realismo. Tutti elementi che trovo vincenti quando si tratta di raccontare una storia che esuli dal solito “facciamo vedere il mostro più grosso, la pistola più potente, l’assassino più fico, o i ricordi d’infanzia/di una generazione più tristi di tutti”.

Jack Espresso, web comic che – come al solito – ho scovato per caso in rete, si unisce con pieno diritto a questo piccolo fermento culturale, presentando un opera che sì, gioca con citazioni e cultura, ma lo fa come elemento in più, approfittando dell’occasione per offrire un bel ritrattino della vita di Napoli e dintorni. E questo alla faccia di chi crede che i nuovi autori di fumetti italiani siano desiderosi di raccontare storie di supereroi, tornei di arti marziali o bamboline manga.

Jack fa questo in modo perfetto? Eh, per certi versi sì, per altri no. Ma lo vedremo più avanti.
Intanto, iniziamo con un accenno di trama.

Intervallo: la guerra dei capitoni

Intervallo: la guerra dei capitoni

Jack Espresso è definito dai suoi autori, Luigi Formola (testi) e Edoardo Colonnelli (disegni), “la prima sit-com a fumetti ambientata a Napoli, e narra le (dis)avventure di Jack, un… beh, uno zombie che – non si sa bene come e perché – si è risvegliato e sta cercando di ritrovare un proprio posto nel mondo che ha lasciato.

Fortunatamente Jack non è un ammasso deambulante di carne putrefatta, e non ha nemmeno fame di carne umana, ma si presenta come un ragazzetto qualsiasi, che per tirare a campare (anche se di “campare” lui avrebbe già finito) si è messo a lavorare in un piccolo bar, e che vive alla meglio, privo di qualsiasi ricordo riguardo il suo passato.

Secondo la sinossi presente sul sito, Jack si è risvegliato in un luogo non del tutto piacevole e ha seguito la scia dell’aroma di caffè che proveniva dal centro città. Prima di morire era un ragazzetto qualunque della provincia di Napoli, la morte l’ha trasformato in uno zombie del tutto anomalo. Ha fame, eccome se ha fame! Niente carne umana. Predilige da subito la pizza.

Jack si ritrova in una società – quella partenopea – di cui non riconosce alcun segnale. E giorno dopo giorno impara a viverci e a sopravvivere. La sua identità è fortemente legata all’idea della Beat Generation, di Kerouac e del suo libro “Sulla strada” per un motivo ben preciso.

Jack, da buon zombie qual è, non è null’altro che un clandestino senza passato.

Ed è a questo punto che iniziano le sue avventure.

Jack e la "dura realtà" della vita napoletana

Jack e la “dura realtà” della vita napoletana

Jack Espresso (JE) è composto fino a questo momento da una ventina di episodi monopagina, in bianco e nero, che raccontano in maniera ironica (e spesso “citazionistica”) la sua vita quotidiana di morto vivente inoffensivo e un po’ sperdutello, che poche cose ricorda e ancora meno cose conosce.

Accanto a lui, a fare da spalla, o meglio da co-protagonisti, ci sono il padrone del bar nel quale Jack lavora (Totò, panzone quarantenne e nullafacente, costantemente impegnato a leggere il giornale o a difendere il suo locale a colpi di fucile), c’è il barista Ciro Caracciolo, in arte Doppia C, che si veste …diciamo “alla moda”… e sogna di diventare un rapper di successo, c’è Concetta Varriale, una cliente che si fa chiamare Tina dagli amici, ed Erika dai ragazzi che le piacciono, che sotto un aspetto da elegante bellezza nasconde un’anima sguaiata e strafottente (e che fa la corte a Jack mandandogli sue foto nude al cellulare)… e infine Anna Codeluppi, che – dicono gli autori – è una “studentessa della periferia casertana che studia Scienze della comunicazione a Napoli. Jack ne è innamorato, ma evita spesso il contatto con lei. Saltuariamente il suo alito ha il sapore della morte”.

Il cast di JE al completo

Il cast di JE al completo

Se ho descritto uno per uno i personaggi di questo fumetto è perché sono loro il punto forte di quest’opera, in quanto incarnano – nei modi di parlare, nelle azioni, nelle idee, nei sentimenti, nei pensieri, nei fatti – vari modi di “essere Napoletani”. Non so se i 4 sono ispirati a persone vere o rappresentano solamente un poutpourrì di personaggi simili, ma la loro forza sta appunto nell’apparire veri, i tizi che potresti incontrare camminando per strada, con tutti i loro (pochi) pregi e (tantissimi) difetti. Gente come noi, insomma. Anzi, forse un pochino peggio, almeno spero.

E visto che parliamo di bar, e di caffè, possiamo aggiungere che questi co-protagonisti fanno da “filtro” tra lo smemorato Jack e il resto del mondo che egli deve ricominciare a conoscere. Ottima cosa. Lo ripeto: uno degli elementi migliori della serie.

Apprezzabile anche il fatto che tutti i personaggi si esprimano in un italiano sguaiato, infarcito di (fortunatamente comprensibile) dialetto napoletano. Gli autori non hanno badato alla correttezza semantica o altre scemate del genere, ma hanno voluto restituirci interamente questi ritratti di persone, cosa che sicuramente ha contribuito a renderli ancora più realistici, e quindi vincenti. Più che le storie stesse, che spesso sono un pretesto narrativo, sono loro – e il mondo che li circonda – a tenere in piedi tutto il fumetto (credo che l’ho ripetuto e lo ripeterò spesso).

Il mio giudizio su JE non è però del tutto positivo. Ci sono, infatti, degli elementi imperfetti, e sui quali mi pare ci sia ancora da lavorare.

Riguardo al segno, pur buono, credo ci sia bisogno di maggiore maturità (la si vede balzare fuori solo a sprazzi, in qualche vignetta particolarmente riuscita e che fa ben sperare), di una migliore costruzione della tavola e di una migliore sistemazione dei baloon di dialogo.
Credo che il problema, in parte, nasca dal fatto che si cerca di comprimere in una singola pagina TUTTA la storia, cosa che impone dei “sacrifici”. E in effetti, se le si osserva da questo punto di vista, tutto sommato direi che le tavole riescono a fare molto bene il loro lavoro. Ma se fossi nei panni degli autori tenterei un approccio più “arioso”, non su una singola pagina ma su due più semplici,oppure su pagine molto più lunghe, che si adattino alla lettura online (ma che potrebbero però rivelarsi controproducenti se nel futuro si penserà ad una edizione in volume cartaceo).

Per il momento, insomma, la base è buona, le doti ci sono, il segno mi piace, ma bisogna ancora lavorarci su.

Riguardo alle singole storie va detto che partono bene, qualcuna di esse si sviluppa in modo anche migliore, ma spesso si sgonfiano come un soufflé nel finale, in molti casi fiacco e privo di mordente. Nelle intenzioni degli autori le storie monopagina dovrebbero rappresentare dei mini-sketch televisivi (simile a quelli di programmi tipo CameraCafé, o quello che non ricordo come si chiama con Fabio De Luigi, che era pure carino), ma al momento – oltre a una certa laconicità generale riguardo le informazioni – i tempi comici del finale sono spesso sbagliati. La singola pagina non si chiude col botto, o col battutone, ma semplicemente arranca verso la fine. E buona lì.

Questo è un elemento sul quale sicuramente c’è bisogno di riflettere: anche una buona storia, una buonissima storia, non può permettersi di crollare alla fine. Si dà l’impressione di essere stati frettolosi, di non aver detto tutto o di non essere all’altezza della messa in scena, di aver portato il pubblico verso una conclusione… che non c’è. Come in quelle barzellette delle quali non capisci il finale, e che lasciano tutti sospesi. O che parevano tanto divertenti ma… beh, poi non facevano così ridere.

Altro elemento che è stato lasciato un po’ in disparte – almeno per il momento – è il personaggio di Jack, le sue origini e le sue motivazioni. Sappiamo che è uno zombie, ma più che altro perché ci è stato detto nella sinossi e per qualche accenno che egli fa di tanto in tanto, poiché per il resto questo elemento non ha gran valore all’interno delle storie: per quel che importa, Jack potrebbe anche essere un qualsiasi ragazzetto ingenuo, oppure un Veneto spaesato che si ritrova a lavorare a Napoli senza conoscere la città o la vita del Sud.
Il fumetto, oltretutto, inizia con Jack già assunto al bar. Ma come è successo? Nessuno si è fatto domande, nessuno si è accorto che è defunto?

A parte questo, pero, sicuramente il fatto che Jack sia un morto vivente è un elemento di originalità in più, un tentativo interessante di allontanarsi da certi cliché, e permette gag divertenti (come ad esempio quando il nostro eroe, invitato alla discoteca Metropolis, pensa di andare al cinema a vedere “Metropolis”, il film di Fritz Lang) ma chissà, non vorrei restasse un semplice pretesto narrativo.

L’idea di un Kerouac zombi e italiano mi piace, e mi dispiacerebbe se la cosa non venisse meglio sfruttata in futuro. Ma credo che così sarà: va detto infatti che in un episodio Jack fa uno strano sogno alla David Lynch, che sembra indicare misteri sul suo passato che verranno rivelati in seguito, per cui forse la Zombità del protagonista ha più senso di quello che noi siamo portati a credere. Beh, nel caso, meglio così!

Ricorda! Ilopan a acrec!

Ricorda! Ilopan a acrec! (David Lynch docet…)

Concludo con un’ultima cosa: Jack non era vittima di amnesia? Com’è che ricorda il film Metropolis e il mondo passato? E’ amnesia selettiva la sua? Ricorda il mondo ma non se stesso? E se Jack prima di morire era un ragazzo della periferia di Napoli, com’è che ora che è risorto parla inglese come se fosse la sua lingua madre? Ma immagino che anche questo faccia parte dei “segreti” che prima o poi gli autori ci sveleranno.

Ritornando alle storie, devo dire che nonostante i difetti elencati sono per la maggior parte delle volte divertenti (alcune MOLTO divertenti) e ben riuscite. I personaggi sono ricreati con efficacia, leggere le loro avventure è davvero piacevole, e anche l’ambientazione, seppure scarna, è ben caratterizzata e vincente.

Ho apprezzato molto, tanto per fare un esempio, la storia del “Clown nella saitella”, cioè nel tombino (che mi pare sia un omaggio a un vecchio doppiaggio in napoletano di “IT”, il film… o sbaglio?), che cerca di vendere l “aifon” allo sventurato Jack: davvero molto divertente. Così come mi sono piaciuti gli episodi nei quali compare Tina/Erika che si atteggia a gran dama, e la storia ambientata durante il Capodanno, con Jack che – per nulla soddisfatto di essere stato coinvolto nella “guerra dei capitoni” – ha deciso di uccidersi (ma può farlo? non è già morto?).

Attenti al terribile clown nella saitella!

Attenti al terribile clown nella saitella!

Non mi esprimo invece sulle varie citazioni di film e fumetti sparsi tra le avventure di Jack. E’ una scelta degli autori, e qualche riferimento è molto azzeccato (quella di Lost per esempio, o il riassunto partenopeo di Interstellar). Altre invece lasciano un po’ il tempo che trovano (ad esempio quelle sui fumetti, che non si sa se vogliono, omaggiare, criticare o solo “esserci”), e soprattutto a volte si rivolgono con troppi ammiccamenti a un pubblico che si suppone sia in grado di cogliere le varie strizzate d’occhio a questo film o a quella serie TV. E se per caso il lettore non le avesse viste? Se non sapesse chi è l’ispettore Bloch? Citare va bene, ma per quel che mi riguarda non metterei la citazione al centro della trama, in modo da rendere la storia fruibile a tutti. Non vorrei infatti che un lettore occasionale potesse sentirsi escluso dalla storia perché essa fa riferimento a battute che egli non può capire.

L'ispettore Bloch ha un assaggio della famosa ospitalità napoletana.

L’ispettore Bloch ha un assaggio della famosa ospitalità napoletana.

Insomma, di elementi positivi in JE ce ne sono davvero molti, e in conclusione il mio consiglio ai due autori è di continuare, continuare assolutamente. Nello stile di scrittura, nei contenuti, e nel disegno ho trovato molti indizi di talento, e un occhio furbo, ironico e divertito, ben aperto sul mondo, che ritengo non vada sprecato. Jack Espresso al momento non si può definire un capolavoro, ma chissenefrega: ha le carte in regola per diventare un bel fumetto, e spero non passi inosservato come spesso accade.

A mio parere, finché Jack continuerà a far sviluppare i propri personaggi, ad approfondire le relazioni tra loro e il mondo che li circonda, a mostrare un così valido attaccamento alla sua terra d’origine e un senso del’umorismo così arguto, potrà solo migliorare. E tanto valido è questo contorno di luoghi e persone, di questi spaccati di vita, che mi pare quasi che Jack stesso assuma il ruolo di semplice “paracadute”, di elemento interessante che dovrebbe “salvare” una serie col suo essere “misterioso” e “zombie”.
In realtà non è così, e ci tengo a dirlo: anche senza misteri, anche senza morti viventi, JE per me funzionerebbe bene ugualmente. Perlomeno fino a quando i suoi due autori avranno storie “vere” da raccontare.

Ai due artisti, al momento, vanno dunque i miei rispetti, i miei complimenti e tutto il mio affetto. C’è sempre bisogno di storie come le loro.


UN PREGIO: ambientazioni ironicamente “vere” e personaggi davvero interessanti, che meriterebbero maggiore sviluppo e di essere al centro dell’attenzione.
UN DIFETTO: trame un po’ soffocate dalla brevità, e finali poco incisivi.
CHI COSA COME: “Jack Espresso”, un web comic gratuito scritto da Luigi Formola e e disegnato da Edoardo Colonnelli. Storie monopagina ad uscita settimanale. Completamente gratuito. Molto in bianco e nero. Molto napoletano. Uscite dalle vostre saitelle e andatevelo a leggere QUI o nella sua pagina Facebook


Prima di terminare, però, due parole vanno spese riguardo Napoli Tà-Ttà, il portale che ha dato il suo contributo per la promozione di JE. Leggendo sul sito del fumetto, scopriamo che Napoli Tà-Ttà è…

“…un’agenzia di pianificazione strategica che si rivolge alle realtà del Sud Italia e in particolar modo Napoli. Catalizza la passione di giovani ingegneri, marketer e creativi che condividono lo stesso amore per questi territori e la loro cultura. I ragazzi che compongono il team di Napoli Tá-Ttá hanno deciso di non emigrare restando a fare impresa nel Sud Italia, scegliendo, forse, la strada più difficile.”

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A me sembra un’ottima idea, e un progetto degno di nota. Resistere, invece di scappare.

Potete visitare il sito dell’agenzia QUI
E complimenti a tutti!!


Se volete sapere il nome dell’artista che ha disegnato l’illustrazione che compare come immagine di apertura di questo blog, potete trovarlo – insieme a quello di TUTTI gli altri autori che hanno partecipato nel passato –  nell’apposita PAGINA dedicata agli omaggi a L110P, così come in apposite pagine potete trovare TUTTE LE RECENSIONI, e le SEGNALAZIONI di fumetti non ancora recensiti ma comunque degni di nota.

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