Pillola trentatre: Dylan Dog Color Fest 14 – Nuovi Volti.

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Essendo L110P un blog che si occupa principalmente di autori giovani, esordienti e autoprodotti, non ero sicuro che fosse necessario da parte mia recensire il nuovo Color Fest. Questo non per una sorta di regola autoimposta, per “odio verso le major”, per spocchia, classismo o invidia – tutt’altro! – ma per la semplice constatazione che un autore che si trova a pubblicare una storia con Bonelli di certo non ha bisogno che venga io a dirgli che ha del talento.

Ma alla fine ho deciso di recensire ugualmente l’albo – anche se saranno in molti altri a farlo e di certo più titolati di me – non fosse altro che per omaggiare i bravi fumettisti che sono riusciti a sbarcare su quelle pagine, e per far notare a tutti che prima o poi, se sei bravo e ti impegni, qualcuno ti darà lo spazio che meriti.

La mia recensione vorrebbe quindi servire a dare il giusto merito all’iniziativa della SBE, con la speranza che non rappresenti un’eccezione ma invece un punto di partenza, un modo per dare spazio ai tanti autori italiani di talento che troppo spesso sono lasciati in secondo piano da editori, critica e  pubblico.

E detto questo, iniziamo a parlare del Fest.

La prima cosa che ho notato, leggendolo, è il fatto che anche in quest’occasione ciascuno degli autori presenti, invece di uniformare se stesso alle “regole Bonelli”, ha compiuto l’operazione opposta, filtrando il personaggio di Dylan secondo la propria personalità, le proprie passioni e i propri punti di riferimento, chi in maniera maggiore e chi minore, e quasi sempre mantenendosi coerente con gli elementi cardine che caratterizzano il personaggio.
Questa, nel bene e nel male, è una cosa di certo degna di nota, e in generale abbastanza inedita per un editore come Bonelli, che fino ad oggi ha sempre tenuta alta la bandiera della propria linea editoriale. Parlando di contaminazione, dunque, si può dire che recentemente il Fest si è dimostrato il luogo adatto per esperimenti del genere (cosa che doveva essere fin dall’inizio), e che  il tentativo è riuscito in pieno anche in questo numero 14. Nel nuovo Fest troviamo infatti (e sto semplificando molto) un Dylan “Hellboy”, un Dylan “Manga”, un Dylan “Hellblazer” e un Dylan “Supereroistico” (….ma un Dylan “italiano”? Esiste? Può esistere? E se sì, dov’è?). Avremo comunque modo di parlarne meglio quando esamineremo ogni storia.

Al momento posso solo dire che le contaminazioni hanno fatto bene il loro dovere, presentandoci un Dylan spesso al di fuori dei propri abituali schemi, anche se a volte un po’ “vittima”, pedina delle storie più che protagonista, reso “volatile” da tutti questi cambi di stile e prospettive. Ovviamente, però, questo andava messo in conto; è come ho già detto è uno dei frutti attesi da tali contaminazioni. Chi cercasse il “caro vecchio Dylan”, non lo troverà qui, ed è meglio che lo sappia fin da subito.

Ma iniziamo dunque a recensire i quattro episodi, partendo da...

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PEGGY DEL LAGO.

Soggetto: Lorenzo De Felici e Giovanni Masi
Sceneggiatura: Giovanni Masi
Disegni e colori: Lorenzo De Felice

Fra tutte, credo la storia che ho apprezzato di più riguardo a stile, contenuto e aderenza al personaggio. Moderna senza essere “stravolgente”, dinamica senza dimenticare di essere classica, solidamente narrata e matura, tra tutte è stata quella che più ha mantenuto il Dylan “storico”, i suoi elementi chiave, risultando un prodotto autoriale ma nello stesso tempo in linea con la testata che lo ospita.
Nella trama sono chiari (almeno per me) i riferimenti a un genere di fumetto basato su folklore e magia quale è il bellissimo Hellboy di Mike Mignola, e senza fare spoiler posso limitarmi a dire che il “vero” Hellboy si sarebbe trovato perfettamente a sui agio con l’albero, la catena, e con il bel personaggio di Peggy, che riesce a offrire un tocco di malinconia che ben si sposa con l’universo di Dylan.
Ma attenzione: il tutto è stato fatto senza dimenticare chi è il titolare della testata; per cui – ulteriore cosa lodevole – non abbiamo un Dylan che si “trasforma” in una versione italiana di Hellboy, snaturandosi o facendo a cazzotti coi mostri, ma invece sono gli elementi tipici delle storie di Mignola che vengono integrati nell’universo Dylaniato, arricchendolo senza stravolgerlo. Operazione rispettosa e fatta con consapevolezza, che forse ad alcuni sembrerà poco “personale” o “sperimentale” (e infatti per certi versi non lo è, ovvio), ma che dimostra una buona maturità e consapevolezza narrativa: è più facile infatti, ma molto meno significativo, stravolgere completamente un personaggio piuttosto che riuscire a scriverlo in modo interessante rispettando la sua natura. Dunque, da questo punto di vista, PEGGY è una storia perfettamente riuscita.

(NOTA: il mio personale parere sulla questione “contaminazioni”, parlando in senso generale, è che la vera originalità non sta nel prendere un personaggio classico e stravolgerlo infilandoci dentro le prime cose che ci vengono in mente, ma bensì offrirne uno sviluppo coerente con quelle che sono le sue origini e la sua storia. Altrimenti, se bastasse solo quello, io stesso potrei presentare uno Zagor provvisto di cellulare, e che al posto del tomahawk ha un draghetto sputafuoco e ritenermi un genio innovatore. Le vere innovazioni, per me, non vanno confuse con il “ripartire da zero cambiando tutto”, ma sono quelle che sviluppano e migliorano qualcosa che già c’è. Fine nota)

Ottimi anche disegni e colori, sui quali non mi soffermo perchè si spiegano da soli, per un racconto semplice ma che potrei definire impeccabile.

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PARTY GIRLS

Soggetto e sceneggiatura: Giulio Antonio Gualtieri e Stefano Marsiglia
Matite e colori: Mirka Andolfo
Chine: Simone Di Meo

Tra tutte le storie presentate nel Fest 14, questa è – a mio parere – quella che mostra maggiormente le nuove tendenze del fumetto italiano, quello creato dagli autori più giovani. Tutto ciò grazie a una sceneggiatura piena di entusiasmo, di novità e di “voglia di far bene”, e a dei disegni sospesi tra il manga e il grottesco, di certo molto familiari a tanti lettori di oggi. Eppure, tra tutti i racconti presenti sul Fest, Party Girls è quello che mi ha colpito di meno.

Il pretesto narrativo delle amiche che decidono di far visita all’idolo di una di loro era OTTIMO, così come il ribaltamento della figura della donna, da classica preda a predatrice, e il tentativo di descrivere la realtà di certe signorine “bene”. Ma a un buon inizio è seguito uno sviluppo forse troppo semplice, a volte retorico, un po’ forzato e per certi versi esagerato. Forse le pagine erano troppo poche per poter gestire al meglio tutti i personaggi, ma l’escalation di violenza che è scaturita dalla trama mi ha dato l’idea di non essere realmente “sentita” dai suoi autori, bensì confezionata “su misura” basandosi su concetti e su un tentativo di critica poco approfonditi, uniti a una violenza tanto esplosiva, seriosa e coreografica da risultare più spettacolosa (non spettacolare) che altro. E, così come accade sempre quando si parla di qualcosa senza un reale motivo, e senza conoscere bene la materia trattata, ciò che ne è venuto fuori è una storia con buoni spunti nella prima parte, ma che poi si riduce a pochi cliché, luoghi comuni e vaghe implausibilità.

Non posso scendere in particolari per non fare inutili spoiler, e aggiungo che non sto condannando in toto la storia, ma tra tutte le quattro è stata quella che ho trovato più “superficiale” (E ripeto: mi dispiace, perchè le premesse c’erano tutte).

A migliorare le cose non sono serviti i disegni, sospesi tra uno stile Disney alla Cavazzano (senza esserlo) e uno stile manga (senza essere però nemmeno quello), e che mostrano un Dylan Dog “capoccione” e angoloso, disegnato con stile fin troppo “allegro”, adattissimo di per sé ma che però ha stonato con la materia narrata.

Esistono autori che disegnano “pupazzetti” veri e propri, eppure riescono a dare alle pagine un taglio tragico. Qui si ha invece l’effetto opposto: tanta è la divergenza tra stile di scrittura e di disegno che – nonostante la gente muoia in modi atroci – bisogna concentrarsi per capire se la storia sia seria o no, confusi da un Dylan Dog raffigurato sempre come un ragazzino che fa le facce buffe. Mirka Andolfo, che pure stimo, in questo caso avrebbe forse dovuto scegliere un tratto forse più simile a quelli dei suoi prodotti americani. Oppure la storia avrebbe dovuto essere più grottesca, in modo da adeguarsi al segno.

Mi è anche parso di notare che è mancato quel minimo di documentazione che avrebbe reso realistica la Londra di Dylan, e per capirlo basta guardare la vignetta nella quale la limousine delle ragazze si ferma davanti a Craven Road: invece di una via londinese, la residenza del nostro eroe pare essere diventata una qualsiasi via centrale di una generica città americana.

Mio personalissimo parere, in questi casi, è che nell’affrontare un personaggio “storico” sarebbe opportuno mantenere tali i suoi punti di riferimento; e non lo dico per campanilismo, per disprezzo verso le novità o per sfiducia nei confronti dei “Nuovi Volti”, bensì perché credo che sia una forma di rispetto nei confronti dell’eroe stesso.
Questo che significa? Che sono ASSOLUTAMENTE a favore del mutare, riscrivere, deformare o reimmaginare un eroe secondo lo stile di ogni autore, ma non a “spazzare sotto al tappeto” o a dare per scontato OGNI elemento che lo caratterizza. E’ un pò quello che dicevo all’inizio: innovare senza stravolgere ha più valore che ripartire da zero.

Dal punto di vista dello stile bisognerebbe fare, credo, e pur con le NECESSARIE contaminazioni, come nei “Texoni”, nei quali ognuno presenta la propria versione disegnata del Ranger, ma non lo fa apparire in sella a una bicicletta o con il cappello alla tirolese. Comunque, ripeto, a livello prettamente “manualistico” la storia è ben fatta, ha un concetto molto originale alla base, uno sviluppo potenzialmente interessante, e se sviluppata meglio credo sarebbe stata un OTTIMO fumetto. Sarebbe stato sufficiente dare più spazio da dare alle protagoniste, rendere il tutto più realistico, forse triste e crudele, profondo e meno “spettacoloso”, e forse usare uno stile più consono alla tragicità della trama.

IL VESTITO DEL DEMONE

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Soggetto, sceneggiatura e disegni: Federico Rossi Edrighi. 

Colori: Luca Bertelè

Dopo Hellboy e i Disney/Manga, ecco un Dylan Dog alla “Hellblazer” (forse di Delano, forse più di Warren Ellis o di Garth Ennis), protagonista di una storia ben equilibrata, matura, divertente, sagace nei punti giusti, piena di svolte narrative, efficace e ben narrata, con spazio per le citazioni (Dal Signore degli Anelli a Antichrist di VonTrier), per la critica sociale e per un pò di sano pessimismo. Dylan e Groucho ben riusciti, cattivo ben strutturato, e personaggi secondari non sottovalutati ma con un loro peso all’interno della storia. Trama sufficientemente assurda e originale, ben inserita nell’universo Dylaniato, che ha sfruttato in pieno il poco spazio a disposizione.

L’unica cosa che mi è sembrata un po’ strana è che Dylan si presenti ATTENZIONE SPOILER! con un “nebulizzatore di farmaci” legato sulla schiena – perfettamente visibile, tra l’altro. Ammesso e non concesso che uno strumento del genere sia plausibile e abbia un effetto reale, non sarebbe stato più ovvio e realistico presentarsi con una siringa nascosta e piena di qualche anestetico da sala operatoria o da terapia intensiva?

Comunque, a parte questa piccolezza, il “Vestito” è una storia gradevole, disegnata in uno stile che forse non verrà amato dai famosi “vecchi fans” (che in realtà sono un centinaio di persone che sbraitano a caso su Facebook e non bisogna tenere in considerazione) ma che mi pare si sposi benissimo col personaggio e con la trama, nonchè con il concetto di sperimentazione insito nel Fest.

Connubio davvero azzeccato tra prodotto autoriale e prodotto seriale, questa terza storia credo dimostri perfettamente come il confine tra le definizioni autoriale/popolare-seriale sia quantomai labile e soggettivo. Quando si ha la maturità necessaria per narrare, e lo si fa reinterpretando ma non snaturando il personaggio, si riesce sempre a fare un bel lavoro, di quelli che non scontentano nessuno, a prescindere dai gusti del pubblico.

COME SI DIVENTA CATTIVI

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Soggetto e sceneggiatura: Michele Monteleone
Disegni e colori: Flaviano Armentaro

Valida anche questa, disegnata ottimamente, e con numerosi esercizi di bravura grafica che già da soli rendono la storia meritevole di pubblicazione. Tema molto interessante, contenuti di valore, messaggio non banale e scontato. A differenza delle “Party Girls”, qui si ha la netta impressione che chi scrive SAPPIA effettivamente di cosa parla, partecipi emotivamente e condivida il messaggio che ha voluto trasmettere, il quale viene prima di ogni cosa. Il resto, cioè lo stile, le scelte di trama etc, servono solo a comunicare proprio quel messaggio, nel modo che l’autore ha trovato più consono.

Due dubbi, però, che esprimo oziosamente e senza alcuna malizia: leggendo in seconda di copertina mi pare di capire che la storia sia…un remake di una storia progettata per il bel sito Verticalismi? Non ho approfondito la questione, perchè in fondo non è poi così importante, ma mi chiedo se non sarebbe stato più significativo per gli autori creare qualcosa di nuovo proprio “per l’occasione”. Comunque, ripeto, dico ciò nulla togliendo alla validità del fumetto.

Secondo dubbio: la storia che appare qui ha (sempre a mio parere) una evidente matrice supereroistica, con tanto di Supercattivo con SuperRobot che fa a pezzi Londra. Ma in che modo questa può essere definita una storia di Dylan Dog? Certo, è bello immaginare come un tipo come DD si inserirebbe in una storia di Superpoteri, e la descrizione del male che appare in “Come si impara ad essere cattivi” serve poi a inquadrare meglio il senso dell’eroismo… ma i temi pseudo-supereroistici solitamente non appartengono a Dylan, non gli sono mai appartenuti, il clima da Apocalisse Distruttiva Marvel non c’entra nulla con il suo mondo, e – SOPRATTUTTO – all’interno della storia Dylan fa l’effetto di una semplice comparsa, visto che la trama ruota tutta intorno alla figura di un Cattivo e sui motivi che lo hanno fatto diventare tale. Ottima storia, ripeto; ma Dylan, oltre a non apparire come protagonista mi pare manchi di peso all’interno del racconto. Tanto che – a parte due o tre riflessioni interessanti – sarebbe potuto essere sostituito da qualsiasi persona di buon cuore trovatasi a passare per strada. Un’operazione del genere, a mio parere, equivale a scrivere una storia cupa e spaventosa che parla della dura situazione degli zombi, poi inserirci Pippo nel finale e presentarla a Topolino. La vera protagonista, a quel punto, diventa la storia stessa. La quale, però, inserita nel contesto di un’antologia dedicata a un preciso personaggio, può apparire fuori luogo.

Ma forse potrei sbagliarmi, si tratta di sfumature difficili da inquadrare, e comunque il racconto è molto ben fatto, e inserito in un albo di sperimentazioni può risultare in ogni caso adatto al ruolo che gli è stato assegnato. Il resto, credo, dipende tutto dalla percezione di come dovesse essere questo Fest da parte di chi lo ha gestito.


IN DEFINITIVA, il Fest dedicato ai Nuovi Volti si è dimostrato, come era lecito aspettarsi, un interessante punto di ritrovo per autori nuovi, ciascuno col proprio approccio alla materia “fumetto” in generale e “Dylan Dog” in particolare. Questo ha dato al pubblico l’opportunità di vedere dei Dylan in un certo senso “alternativi”, sicuramente autoriali, moderni e pieni di contaminazioni grafiche e narrative.

Ognuno degli autori presenti ha dato il massimo, a partire dall’ottima copertina disegnata da Matteo De Longis, e uno dei punti di forza dell’albo è stato proprio il vedere i diversi stili e “punti di vista” che ciascuno dei fumettisti ha portato con sé, stili molto diversi da una storia all’altra, e che credo siano stati scelti proprio con cognizione di causa, in modo da dare al lettore un ritratto quanto più vasto del panorama attuale del fumetto italiano.

Chi ha un po’ “pagato” lo scotto di tale contaminazione è stato proprio Dylan, che in certi casi è sembrato esser diventato “ospite in casa sua”, elemento in balìa delle passioni e tecniche degli autori piuttosto che vero e coerente protagonista. Ma essendo il Fest nato (anche) per offrire un punto di vista davvero diverso su un personaggio classico, credo che le varie mutazioni vadano viste soltanto come necessarie divagazioni, e dunque uno dei punti forti dell’albo stesso, un necessario punto d’incontro tra le necessità di omogeneità date da una testata seriale e le altrettanto necessarie derive stilistiche che nascono dalle menti dei nuovi autori italiani.

Questo Color Fest si può dunque definire un interessante esperimento, che spero potrà ripetersi in futuro. Non sarebbe male vedere un Color Fest dedicato sempre e solo ad autori esordienti e/o autoprodotti, in ogni caso “esterni” allo stile e alle logiche Bonelliane.

Al momento, comunque, mi complimento con tutti i Volti Nuovi.


UN PREGIO: ovviamente, la presenza di tanti autori italiani giovani e di talento!

UN DIFETTO: Dylan “ospite in casa propria”.

CHI COME COSA: “Dylan Dog Color Fest” n.14. Scritto e disegnato da Autori Vari Italiani Giovani & Dotati. Semestrale, 4 storie complete, 132 pagine a colori, 5,50 eurini. Bonelli Editore, nel caso non ve ne siate accorti.


Se volete sapere il nome dell’artista che ha disegnato l’illustrazione che compare come immagine di apertura di questo blog, potete trovarlo – insieme a quello di TUTTI gli altri autori che hanno partecipato nel passato –  nell’apposita PAGINA dedicata agli omaggi a L110P, così come in apposite pagine potete trovare TUTTE LE RECENSIONI, e le SEGNALAZIONI di fumetti non ancora recensiti ma comunque degni di nota.

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