Pillola trentacinque: “Le verità di Bébé Donge”, di Griner/Vecchiato (& il gruppo musicale Bébé Donge e molti altri…)

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La cover di “La Verità di Bébé Donge”

Sono sempre stato un fan delle sperimentazioni e delle contaminazioni. Le amo nel cinema, nel fumetto, nella letteratura e anche nella musica. Sono il tipo di persona che registrava in videocassetta (altro che DVD!Kingdom di Lars VonTrier quando nessuno ancora sapeva che esistesse, il tizio che preferisce acquistare i dischi nei quali un gruppo musicale cerca di modificare più o meno radicalmente il proprio sound (possiedo ad esempio il CD col quale i Paradise Lost abbandonarono momentaneamente i capelli lunghi per tentare di diventare i Depeche Mode; o quello in cui gli Ulver dissero definitivamente addio al folk metal per cantare nientemeno che William Blake), o che sui fumetti moderni/ sperimentali/ ibridi/ autoprodotti ci ha aperto addirittura un blog (questo qui).

E quale momento migliore per citare queste mie passioni se non durante la recensione di “Le verità di Bébé Donge“, che è contemporaneamente un fumetto, la rilettura di un libro di Simenon, un CD musicale e uno spettacolo teatrale e visuale?

Ma cominciamo dall’inizio.

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Più di settant’anni fa, per la precisione nel 1941, Georges Simenon, il giallista famoso per il personaggio dell’ispettore Maigret, scrive un piccolo libro noir dal titolo “La verità su Bébé Donge“. In questo libro si parla di un uomo piccolo borghese, che in un bel pomeriggio domenicale viene avvelenato durante una riunione di famiglia. Salvatosi fortunosamente, viene a sapere che l’avvelenatrice altri non è che sua moglie Bébé, la quale pare averlo fatto senza alcuna ragione apparente: la loro famiglia è benestante, i due hanno un figlio, e sebbene il marito di Bébé abbia avuto diverse amanti lei non se n’è mai interessata troppo, visto che è sempre stata una donna poco incline alle emozioni e priva di passione.

Ma il tentato omicidio è un’azione troppo enorme per non avere senso, e il marito di Bébé – unica voce narrante della storia – inizia a cercare una spiegazione, ripensando a tutta la sua vita e alla loro storia matrimoniale. Quello che scopre è che Bébé è sempre stata una persona infelice e sola che egli ha sempre sottovalutato e abbandonato, preferendole sempre il lavoro, gli amici e le amanti. Una donna triste fino al punto di diventare disperata, e che ha cercato, più o meno consciamente, senza rimorsi o rimpianti, l’unica “via di fuga” che riteneva possibile.

Il libro si chiude senza un vero epilogo e una vera “verità”, anche se il senso del romanzo è chiaramente intuibile. Simenon scrive molti altri libri, con Maigret a calamitare tutta l’attenzione del pubblico.

Passano settant’anni.

Ma quando ormai la storia di Bébé sembra essere dimenticata da tutti, un collettivo di artisti romani (Fiammetta Jahier (RevHertz), Federico “JolkiPalki” Camici (Honeybird & The Birdies, Kento & the Voodoo Brothers, Adriano Bono), Emiliano Bonafede (Leo Pari, Roy Paci), Tommaso Calamita(Rare Tracce) e Giuseppe Coglitore (Lemmings, Piotta) si (re)innamora del personaggio e decide di creare un gruppo musicale con quello stesso nome, e che racconti proprio la storia del romanzo.

Ma attenzione: lì dove il libro spiegava (vedi titolo) “Le verità SU Bébé Donge“, il colettivo porta in scena “Le verità DI Bébé Donge“; cerca cioè di “ridare voce” alla donna sconfitta, lasciando che sia lei a raccontare le sue motivazioni, i suoi dilemmi, la sua stanchezza di vivere. E, come se questo non bastasse, al CD di 10 tracce che viene ideato si aggiunge uno spettacolo dal vivo in stile “Mockumentary” (cioè finto documentario) nel quale i personaggi secondari della storia narrano i LORO punti di vista sulla questione, e infine il FUMETTO di Valentina Griner (con la supervisione di David Vecchiato), 80 pagine a colori che aggiungono un ulteriore tassello a questa trama sempre più fitta.

Ed è proprio di quel fumetto che ora andremo ad occuparci.
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La prima vignetta della “Verità”

E’ inutile girarci tanto intorno: secondo me, l’operazione è perfettamente riuscita.
Riuscita nel tentativo di riportare alla luce quel vecchio personaggio e quella storia così “antica” ma allo stesso tempo assolutamente attuale; riuscita nel tentativo di rievocare un preciso periodo storico; riuscita nel tentare di riprodurre un certo tipo di fumetto Franco-Belga che ha molte affinità con il testo e col suo autore, fossero anche (e non lo sono) di tipo prettamente geografiche.
“Le Verità” versione fumettistica, in effetti, è un prodotto che fa egregiamente il suo lavoro, e che si inserisce all’interno del progetto senza sembrare una parte “in più”, un’aggiunta “qualsiasi” e poco importante, bensì come elemento imprescindibile di tutta l’opera. Riscrivere un libro intero sarebbe stato troppo lungo, faticoso e per certi versi inutile, pubblicare un solo CD avrebbe reso più difficile comunicare il messaggio giusto agli ascoltatori, e optare per uno spettacolo teatrale vero e proprio avrebbe richiesto alle persone di essere presenti alle performance o di girare un vero e proprio “film musicale” (da non confondere con i nostri musicarelli). Il fumetto, invece, riesce da solo a coprire ogni possibile “buco”, fungendo da raccordo tra le varie anime del progetto, integrandole e riuscendo a mantenere una sua dignità.
Merito sicuramente del “media fumetto”, che è sempre stato assolutamente versatile (ancora più del cinema), ma merito anche – in questo caso – della sua autrice Valentina Grenier, che ha dimostrato di sapersi muovere con efficacia all’interno della materia narrata, risultando chiara, comprensibile, coerente, sintetica, citazionista senza sembrare derivativa, personale e infine tecnicamente ineccepibile.
Vogliamo tentare di spiegare in maniera più approfondita la ragione di questi miei complimenti, che sono poi i motivi che dovrebbero spingere il lettore “coraggioso” a comprare questo CD/FUMETTO? Proviamoci.
Una delle cose più interessanti di “Verità” – il fumetto -, che è anche una di quelle che ho notato per prime, è sicuramente la STRUTTURA, che si muove con un utilizzo davvero da manuale del flashback, degli stacchi e delle cesure. Ho scoperto solo dopo che l’autrice insegna alla scuola di fumetto, ma già a una prima lettura ero pronto a definire la tecnica usata in “Verità” come “da manuale del fumetto”. E’ raro, di questi tempi, leggere un’opera che fa un uso così brillante e complesso delle migliori tecniche di sceneggiatura, che fa un uso così solido dei “salti temporali”, e che dimostra una simile capacità di andare subito al sodo, riportando in ogni scena solamente gli elementi essenziali, quelli dei quali il lettore ha bisogno, senza inutili abbellimenti e derive stilistiche più o meno fini a loro stesse. Non c’è scena all’interno di “Verità” nella quale ci sia spazio per divagazioni, per autocompiacimenti, per “prove di bravura” o per svolazzi di penna: ogni elemento che si vede è al suo posto. Rapido, incisivo, chiaro, conciso e completo.
Il ritratto di donna che ne deriva è dunque davvero ben fatto. Sia per quel che riguarda il contenuto sia, forse soprattutto, riguardo alla tecnica. Inoltre, a differenza del romanzo che seguiva una precisa linea temporale, nel fumetto la narrazione si fa più frammentata, più sincopata: i vari elementi che compongono il puzzle che è la testa di Bébé arrivano l’uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, evocati dalla loro creatrice a seconda del bisogno, a seconda di quali riflessioni le saltano in testa. Tutto questo, però, senza che si perda mai il controllo della narrazione.
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A volte, per dare il via a un crollo inesorabile, non c’è bisogno di nulla che non sia già presente.

Altro ulteriore pregio è il fatto che la storia è raccontata con uno stile elegante e calmo, riflessivo, che ben si adegua alla protagonista, una donna che pare essere sprofondata ormai in una calma assoluta dalla quale non è più disposta ad uscire, una placidità e lentezza che a una prima occhiata si può scambiare per rassegnazione, ma che invece è una profonda convinzione che forse non si può definire né giusta né sbagliata (la riflessione sull’argomento va lasciata alla coscienza degli altri personaggi, della protagonista… e del lettore), ma che è per Bébé il risultato di dieci anni di riflessioni.
Bébé ora è passata oltre, ha deciso di farlo, e pare essersi lasciata alle spalle ogni tormento, ogni dilemma morale, ogni tristezza e depressione. E’ precipitata in un baratro senza fondo che sta oltre ogni sentimento. E da lì, priva ormai di tutto, osserva il mondo che la circonda con l’occhio disincantato e superficiale di chi ha perso ogni cosa, e non ha più interesse a riaverla indietro.
Forse Bébé si è forzata a raggiungere quello stato, quella liberazione, tramite il veleno – un’azione dalla quale non si può tornare indietro – o forse è giunta a quella conclusione dopo anni e anni di pensieri (lo dice lei stessa nei suoi pensieri al marito: la situazione non poteva continuare. O io, o tu. Ma visto che c’è anche un bambino a cui badare, e i bambini hanno bisogno di una madre prima che di un padre, la sua scelta le è sembrata in un certo (agghiacciante) senso, solamente la più logica). Fatto sta che ogni suo tormento – e nello stesso tempo la pace che ora l’avvolge, sono ben evocati dalle pagine del fumetto, sia tramite i testi che i disegni.
E tra tante, chissà come mai, mi viene da citare soprattutto una vignetta che mi ha colpito in vari modi, e cioè quella in cui la protagonista, dopo aver avvelenato il marito,essere salita in camera e con la massima calma aver scritto alla governante una lettera nella quale le lascia tutta le “istruzioni” da seguire per sistemare casa e bambino quando lei non ci sarà più, FIRMA quella lettera con un bello svolazzo di penna, scrivendo il suo pseudonimo.
Ecco: in quella singola vignetta sono concentrate – a mio parere – tante cose positive, al punto che quell’immagine apparentemente piccola mi è sembrato contenesse l’essenza stessa di tutto il fumetto: vi si vede la protagonista ormai immersa nella sua calma assoluta, quasi innaturale; vi si vede la sua espressione assorta e mesta ma tutto sommato tranquilla, libera da un enorme peso; e soprattutto si percepisce – grazie alle possibilità insite nel fumetto – la grazia e la levità con la quale lei appone la sua firma.
Pare quasi di percepire i ghirigori tracciati con sicurezza dalla penna. Ed ecco, torniamo a quello che dicevo prima: solo il fumetto permette vie espressive come questa.
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E sempre a proposito dei disegni, ho trovato interessante e molto comunicativo lo stile Linea Chiara (seppur non sempre incisivo, e a volte con qualche sbavatura, qualche incertezza, qualche caduta di tono lì dove, da “comunicativo/emozionale”, il disegno dovrebbe diventare “descrittivo”), buono l’uso di quei colori così piatti e di quella grafica semplice, stile anni ’50, e soprattutto l’uso di un lettering che fa pensare alle BD (i fumetti) Franco-Belgi dei quali ho parlato poco sopra. Quest’ultimo soprattutto mi è sembrato un omaggio davvero simpatico e sensato. Forse quasi doveroso. Ma di certo azzeccato.
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“C’erano dei pezzi che non tornavano mai”

Altra cosa degna di nota è il fatto che nella composizione dei testi la Griner ha tenuto in considerazione le canzoni del CD, integrandone le parole nelle riflessioni di Bébé e citandole di fatto testualmente. Oltretutto, in calce a certe pagine compare un titolo accompagnato da una nota: è facile dunque per il lettore capire che è proprio in quel preciso istante che deve ascoltare una delle 10 canzoni che compongono il CD. E in questo modo il puzzle diventa perfettamente completo.

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Testo scritto e cantato si integrano in questa bella tavola

 Giunti a questo punto mi sembra necessario citare anche il CD, che devo dire di aver apprezzato davvero (quando ti stai facendo gli affari tuoi e ti ritrovi improvvisamente a canticchiare A modo mio, è facile capire che la musica che hai ascoltato era davvero efficace). Questa è una pagina di fumetti e io non sono un esperto musicale, quindi non posso giudicarlo come merita (anzi, se volete una piccola recensione la trovate QUI), ma devo dire di aver trovato molto orecchiabile e accattivante il sound un po’ retrò, che mi ha ricordato le colonne sonore dei film italiani di un tempo, il beat… e – ma forse sbaglio del tutto, non saprei dire – i ben più moderni e molto nostrani Quintorigo, gruppo che ho sempre amato.

Unica perplessità riguardo alle canzoni? Il fatto che, per quanto tutte orecchiabili e accattivanti, mi sembrano troppo “pop” se si considera che dovrebbero rappresentare le idee, i pensieri e le parole della tranquilla e posata Bébé. Stento un po’ a riconoscere in lei la stessa voce che canta Un,due,tre, quattro gocce nel caffé! mentre versa l’arsenico nella tazza del marito; ma credo che comunque in questo caso si tratti di un “peccato veniale”: il gruppo ha fatto “di necessità virtù”, dando vita a un album che li rappresenta, che contiene ciò che loro amano e che è piacevole da ascoltare per il pubblico. Forse la “vera” Bébé avrebbe cantato tutte canzoni tristi, o forse non avrebbe cantato per nulla, conoscendola… ma il pubblico si sarebbe divertito molto meno. Quindi, seppure “filologicamente non corretto”, l’album si può dire riuscito e molto valido all’ascolto. Ma ripeto: non datemi retta, non sono un esperto.
Cosa resta da citare? Forse il videoclip (premiato ai Nastri d’Argento nel 2013) ideato da Gianfilippo Guadagno, lo stesso che ha curato il mockumentary per la regia di Simone Iovino e Silvia Spernanzoni, e gli attori presenti nei filmati “testimonianza”, cioè Pietro De Silva, nei panni dell’avvocato difensore, Veronica Liberale, nei panni della domestica di casa Donge, Silvia Frasson, nelle vesti della compagna di cella, Annamaria Zuccaro, nelle vesti della migliore amica di Bébé, Glenda Canino, nei panni della sorella di Bébé.
IN DEFINITIVA, “Le Verità di Bébé Donge” è un progetto multimediale di tutto rispetto, che riesce a integrare alla perfezione vari media artistici, tra i quali proprio il fumetto, ben rappresentato da una GN di rara abilità compositiva. Quest’ultima, in particolare, ha una sua dignità all’interno dell’operazione, fungendo da unico e vero raccordo tra le varie parti e risultando una lettura di grande immediatezza, comunicatività e precisione, di quelle che tutti sono in grado di apprezzare, anche chi i fumetti non li ha mai presi in mano.
Il progetto LVBD ha il grande pregio di essere originale, solido, ben riuscito e molto articolato, ed è un piacere vedere come il fermento artistico italiano non si fermi ai “soliti noti” ma produca delle perle come questa, che credo proprio non sfigurerebbero (anzi forse avrebbero qualcosa da insegnare) a personaggi molto più conosciuti.
Complimenti a tutto il gruppo di artisti, e in particolarenon fosse altro che per il fatto che questa  pagina tratta di fumetti, come dicevo all’inizioa Valentina Griner, autrice di tutto rispetto.

UN PREGIO: Progetto ambizioso e ben riuscito; fumetto contemporaneamente chiarissimo, comprensibilissimo e tecnicamente ricercato.
UN DIFETTO: un segno non sempre incisivo.
CHI COSA COME: La verità di Bébé Donge, fumetto scritto e disegnato da Valentina Griner con la supervisione di Davide Vecchiato,  (& il gruppo musicale Bébé Donge e molti altri…) 80 pagine + CD a 16,00 euro. Edito con il supporto dell’etichetta musicale Goodfellas.


Se volete sapere il nome dell’artista che ha disegnato l’illustrazione che compare come immagine di apertura di questo blog, potete trovarlo – insieme a quello di TUTTI gli altri autori che hanno partecipato nel passato –  nell’apposita PAGINA dedicata agli omaggi a L110P, così come in apposite pagine potete trovare TUTTE LE RECENSIONI, e le SEGNALAZIONI di fumetti non ancora recensiti ma comunque degni di nota.

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2 thoughts on “Pillola trentacinque: “Le verità di Bébé Donge”, di Griner/Vecchiato (& il gruppo musicale Bébé Donge e molti altri…)

  1. ottima recensione. sono proprio curiosa adesso di vedere il fumetto. hai detto che i ragazzi saranno al perugia comics, vero?

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