Pillola quarantatre: “Je suis chapeau: come far credere a tutti di essere un fumettista”, di Andrea Turel Caccese & AA.VV.

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La cover di JSC

Recensire un’opera come CHAPEAU è contemporaneamente molto facile e molto difficile. Facile perché? Perchè è bella. Difficile perchè? Perchè spiegare tutti i motivi della sua bellezza è un’impresa difficile, potenzialmente piena di falle, mancanze e omissioni, di certo condannata a fallire.

Tutto questo per “colpa” del fatto che CHAPEAU è un’opera ricca di qualcosa che forse alcuni di voi non conoscono, e cioè di contenuti.

Ma basta cianciare e andiamo al sodo.

Cos’è CHAPEAU? Beh, si potrebbe definirlo in diversi modi. E’ un fumetto, visto che possiede delle pagine disegnate da un gran numero di autori (che nominerò dopo) e che racconta varie storie brevi divise in vignette. E’ un saggio, visto che descrive il mondo del fumetto autoprodotto aggiornato ai nostri tempi e soprattutto all’era degli ormai imprescindibili social network. E’ un thriller, visto che nelle sue pagine si parla di una morte misteriosa e ci sono parecchi colpi di scena. E’ una storia comica, visto che vi appaiono molte scene nelle quali l’ironia anche feroce si spreca. Ma CHAPEAU è anche un’opera autoreferenziale e metanarrativa, che rompe le convenzioni e gioca con l’atto stesso di scrivere (e disegnare) un libro. Ed è anche un atto d’accusa, una riflessione acuta, un grido di vendetta, una presa in giro di certi comportamenti e certi “autori” (virgolette d’obbligo). Ed è anche questo e quello.

Ma se dovessi definirlo in un’unica parola, io direi che è un Pamphlet.

Alla voce Pamphlet, Wikipedia recita: 

Un pamphlet /pɑ̃’flɛ/, termine francese traducibile con libèrcolo (che connota il suo aspetto materiale, fisico) o libello (che ha una connotazione ideologica) è un breve saggio, o uno scritto polemico di dimensioni agili. Nato nel XVIII secolo in Francia, è diventato un vero e proprio genere letterario.

(per altre info, la pagina corrispondente è questa)

In ogni caso, il mio parere è che questa definizione, insieme agli altri aggettivi che troverete se andrete a leggere la pagina che ho linkato (ma non lo farete, ovvio) calzi a pennello per questo (chiamiamolo) fumetto, in cui si cerca di sostenere un argomento di attualità (sociale) in modo dichiaratamente di parte e con intento polemico o satirico, e che ha lo scopo di risvegliare la coscienza popolare su un tema che divide.

Il concetto e gli scopi del volume sono chiaramente percepibili nelle primissime e nelle ultimissime pagine dell’opera stessa, lì dove l’autore, prima di vestire i panni del bieco e perfido Sceneggiatore protagonista della storia, e nel punto in cui egli cessa di averli addosso e se ne libera, scrive a chiare lettere ciò che il fumetto rappresenta per lui, quello a cui dovrebbe servire, e quale dovrebbe essere l’approccio degli autori.

Ma prima di proseguire facciamo un passo indietro, e poniamoci l’essenziale domanda: di cosa parla Chapeau?

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Di uno Sceneggiatore di fumetti (personaggio già sfruttato dal suo autore, Andrea Turel Caccese) conosciuto come “Lo Perfido Sceneggiatore“, che dopo una vita di soprusi nei confronti dei suoi Disegnatori viene ritrovato morto in maniera misteriosa. Dopo la sua dipartita vengono alla luce le bozze del suo ultimo libro, nel quale egli pretenderebbe di insegnare agli aspiranti autori di comics (ma anche semplicemente a gente in cerca di attenzione, per i quali il COME è accessorio) “come far credere a tutti di essere un fumettista” senza avere il minimo talento, ma solamente sfruttando il lavoro degli altri, le mode del momento, i social media, i meme, battute sapide ma popolari, e via dicendo.

L’obiettivo del libro è quello di affrancare la gente – gli scrittori, soprattutto – dalla necessità di avere un disegnatore da far lavorare, ma anche dall’obbligo di avere talento. In un mondo nel quale, grazie proprio ai social media, è facilissimo scovare una “ricetta perfetta” e copiarla letteralmente sfruttando e rimescolando cose già presenti in rete, a che serve essere talentuosi o faticare? 

A niente. 

L’opera, dunque, è giocata su due livelli. Da una parte c’è il libro stesso, parzialmente completato dal suo autore e pubblicato postumo. E dall’altra varie storie brevi, disegnate dai vari artisti che Lo Perfido Sceneggiatore tiranneggiava in vita, ma che ora – come impone il galateo – vogliono onorare la sua disonorevole figura come si fa sempre quando muore qualcuno. Così, senza riflettere, perchè “si fa e basta“.

E più o meno, escludendo i colpi di scena finali, la trama finisce qui.

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Forse avrete potuto notare che contrariamente al mio solito questa volta mi sono dilungato nella descrizione della trama. Questo perché CHAPEAU, così ricco di idee, lo necessitava in pieno. Ciononostante, non ho fatto alcuno spoiler, in quanto il vero protagonista di questo (chiamiamolo) fumetto sono i contenuti descritti al suo interno, come ad esempio i perfidi meccanismi che regolano social media come Facebook (c’è un capitolo, infatti, dedicato proprio al suo temibile algoritmo e a come tentare di aggirarlo), i metodi più o meno immorali per rubare idee agli altri spacciandole per proprie, i segreti per costruirsi un seguito creando flame e provocando le persone in modo che vengano a insultarti sulla tua pagina (tecnica che qualche autore reale in effetti usa, o quantomeno pare lo faccia, con l’ottimo scopo di creare visibilità per i suoi post), qual’è l’importanza degli #hashtag, dei commenti, delle menzioni, quanto sono utili le condivisioni, cosa significa essere mainstream, quali faccine usare per essere trendy, e come guadagnare disonestamente alle fiere attirando il proprio pubblico con l’inganno o con la promessa di un ricavo che non ci sarà mai.

Tantissime cose, dunque, narrate in modo molto lineare e colloquiale, alla portata di tutti, e con una presunta serietà così ben simulata che credo che non pochi aspiranti autori potrebbero credere veri e ben pensati i consigli dello Sceneggiatore. Ma la cosa peggiore qual’è? E’ che in realtà tali consigli sono VERAMENTE utili e positivi. Se si è un falso, ladro, bugiardone, bieco, spietato autore senza talento, ovvio.

Ma anche no.

In effetti, uno dei messaggi più inquietanti che si hanno leggendo CHAPEAU è che a questa situazione si oppongono poche o nulle alternative. In un mondo nel quale Facebook detta legge, e nel quale, come mi ha detto pochi giorni fa un autore di fumetti “se non hai la pagina Facebook sei una mezza sega, e se non hai almeno mille Like non sei nessuno”, a questo stato di cose non si può sfuggire: talento o meno, integrità intellettuale o meno, se non ti promuovi, se non ti condividi, se non crei contest o mantieni desta in qualche modo l’attenzione del pubblico, quello stesso pubblico ti abbandonerà, magari andando a infestare le pagine degli autori manigoldi che CHAPEAU descrive.

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Man mano che procedo, mi rendo conto che parlare di CHAPEAU non è altro che scalfirne la superficie. Per poter discutere con precisione e rigore di tutti i suoi argomenti, paradossalmente servirebbe scrivere un libro più lungo di CHAPEAU stesso, e bisognerebbe affrontare ogni argomento solo dopo infiniti ragionamenti. Questo, che lo abbiate capito o meno, è un complimento che rivolgo al suo creatore, che in un’ottantina di pagine ha saputo riversare così tanti spunti di riflessione e tanta attualità; e davvero si può dire che il suo fumetto/saggio si può classificare a pieno ruolo come Pamplhet, visto che ne condivide moltissimi elementi.

Ma il mondo che CHAPEAU dipinge, parlando di furbizia, di ignoranza, di populismo becero, di gente che segue le mode senza ragionamento, di volpini del fumetto, di Sceneggiatori Despoti, di Disegnatori Vittime, di Arte senza senso e senza scopo… è davvero così brutto? 

Mah, chissà, forse no. Per averne la certezza, in uno o nell’altro senso, sarebbe necessario poter scandagliare a fondo le ragioni che stanno dietro ogni pagina di fumetto disegnata, ogni foto di gattini pubblicata, ogni pagina Facebook aperta, ogni like elargito, ogni flame scatenato. E così come di certo – se un’operazione del genere fosse possibile – se ne troverebbero di certo molti VERAMENTE maligni e falsi, credo che ce ne siano altri che più o meno coscientemente nascono solamente con intenti positivi. Ed in fondo è CHAPEAU stesso a dircelo nel finale, nel quale… ma forse sto spoilerando, quindi smetto.

Aggiungo solo che il finale è ottimo e ben pensato, e riesce a lanciare un raggio di sole, un barlume di speranza, in quella che sembra una situazione disperata – e LO E’ – ma che può essere risolta da ciascuno di noi, senza allarmismi o facili ironie, senza disprezzo o odio, ma semplicemente tramite l’apporto di tutto ciò che fa di noi delle persone migliori, e dei fumettisti di talento.

CHAPEAU compie un’operazione di rara intelligenza, dimostrando una sicura e solida conoscenza degli argomenti di cui parla – sia il fumetto che la rete internet. Estremizza, come fanno i migliori critici. Usa l’arma dell’ironia feroce, risultando ancora più destabilizzante proprio perché profondamente  realistico (quando non reale). Intesse un continuo gioco di rimandi che confonde il lettore, che dopo qualche pagina inizia a smarrire la via e -a meno che non sia smaliziato – comincia a confondere il vero con il falso. Parla di populismo, e dal maledetto desiderio di tutti noi di essere conosciuti e apprezzati, che ci fa cedere alle lusinghe della rete cercando vie più semplici, più “popolari”, anche quando il nostro istinto di autori ci indurrebbe ad andare nella direzione opposta. Descrive senza mezzi termini le strutture attraverso le quali la rete si regge, veri e propri patti con il diavolo, a volte, e delle scorciatoie che rappresentano (come una specie di patto Faustiano), una continua tentazione per ognuno di noi. Ma del resto non è frustrante infatti vedere il frutto delle nostre fatiche sparire nel disinteresse e un post dedicato a una futile polemica rimanere in auge per giorni e giorni, alimentato dal fuoco dei Troll o degli Haters veri o presunti, con conseguente aumento di pubblicità e di attenzioni verso chi non se le merita?

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NOTA: personalmente, pur non amando assolutamente i mezzucci, non me la sento di condannare in toto chi vi ricorre. Se c’è qualcosa di sicuro al giorno d’oggi – e in parte anche CHAPEAU lo riconosce – è il fatto che se si vuole diventare FAMOSI (che, attenzione, è molto diverso dall’essere solo CONOSCIUTI grazie ai propri meriti, che è quello che cerco di fare io) bisogna gettarsi nella mischia, comparire nei social media; così come è diventato ormai più che necessario, quasi basilare per un giovane autore di fumetti, il doversi auto-promuovere. Così come accade per le elezioni, ogni voto non dato da parte di elettori sinceramente disillusi, ogni spazio pubblico non occupato da autori meritevoli (anche forse in modi non meritevoli) verrà occupato da chi magari non lo merita affatto, chi ha l’unico pregio di gridare più forte degli altri. E a quel punto, pur senza svendere la propria dignità, se tutti urlano è meglio andare a finire dall’urlatore che in fin dei conti ti vende dei prodotti buoni – come al mercato – piuttosto che dall’urlatore che non ha nulla di valido da darti, ma contribuisce solo a livellare verso il basso il tuo senso estetico (facendo DOPPIO danno ai bravi & silenziosi).

In tutto ciò, anche io mi sento chiamato in causa con L110P, pagina nata per dare uno spazio in più ai giovani autori italiani. Personalmente non sono MAI ricorso a mezzucci, non ho mai gridato a gran voce, non mi sono MAI infilato in polemiche, non ho mai fatto ricorso a flame o a profili falsi che seminassero zizzania. Anzi, se guardate in giro scoprirete che non mi faccio neppure pubblicità, e quel poco che ne ricevo arriva solamente dalle pagine di autori che ho recensito, e che quindi hanno potuto già toccare con mano il mio lavoro. Quando ho aperto questa pagina mi sono imposto – ma non lo avrei fatto comunque, visto che non è nella mia natura – di non ricorrere mai a mezzi “disonesti” o “volgari”. Di non cercare di “elemosinare” il pubblico. Non ho mai indetto “contest”, non ho creato hashtag, non ho chiesto nulla agli autori che ho recensito, non mi sono mai infilato in polemiche solo per aumentare i seguaci. Solo in due o tre casi sono intervenuto “pubblicamente” in occasione di avvenimenti che mi avevano molto colpito, ma l’ho fatto semplicemente dicendo la mia in questa pagina, e invitando chi voleva ad andare a vedere.

La mia idea, che poi ritengo sia una soluzione a quegli stessi mali che CHAPEAU condanna, è che l’unico modo di combattere lo strapotere di internet, le tentazioni del caos e delle “strade più brevi”, sia quello di dare un esempio positivo, lavorando con costanza (per quanto possibile), con serietà, con rispetto e con amore. Se si usano questi punti di riferimento, i risultati prima o poi arrivano, e con me sono arrivati. Certo, non sono e non sarò mai FAMOSO con tutte le letter maiuscole, e forse avrei potuto diventarlo scegliendo di buttarmi nelle risse da strada; ma come ripeto non è nella mia natura, e dunque mi accontento di quello che ho senza alcun problema. Anche perché certi risultati sono stati sicuramente maggiori delle mie aspettative.

Comunque, tutto questo pippone voleva solo dire che in CHAPEAU ho trovato molti elementi di riflessione, tutti validi, e una delle dimostrazioni è appunto il fatto che mi ci sono trovato coinvolto. Tutto qui.

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Ma avviciniamoci alla conclusione spendendo due parole su altri due elementi altrettanto importanti di CHAPEAU, e cioè le sperimentazioni tecniche e i disegnatori.

SPERIMENTAZIONI: sono molte, e diffuse dappertutto. Prendono in giro il mondo del fumetto e le sue tecniche, e fanno metanarrazione in modo surreale e mai forzato, giocoso ma non banale. Sono anch’esse un sicuro indizio di conoscenza del media fumetto da parte di Caccese e dei suoi collaboratori, e hanno il pregio di stupire e divertire, mentre raccontano intanto qualcosa di serio.

Parlo di disegnatori che si arrampicano su balloon di pensiero (quelli a forma di nuvoletta) e li usano per volare via; parlo di sperimentazioni sui font, parlo di testi scritti come se fossero stati stampati a macchina sopra i personaggi, ombre dei personaggi che si proiettano sui fogli, finti errori di stampa, finte macchie e immagini non caricate, e di mille altre cose che potrete scoprire solo leggendo l’albo, e che sono un’ulteriore elemento positivo.

DISEGNATORI: sono tanti, sono bravi, e disegnano tutti male. sono Plunk, Pierz, Trepicomics, Vaz (che ho recensito QUI), Condre, Davide La rosa, Drawdown, XDinky, Giro, Lise e Talami, Spyro, Emiliano Mattioli, Marco Giammetti e Studiopazzia, quasi tutti accomunati dal fatto di usare come unica modalità espressiva quella degli “omini stecco” – alla Sio, per intenderci, ma Sio è una delle ultime, fortunate ruote di un carro che gira ormai da una decina d’anni – e che riescono a dare a tutto il progetto un’aria ancora di più “raffazzonata”, da progetto messo insieme in fretta, male assemblato e vuoto.

La cosa ovviamente funziona a più livelli: si usano gli omini stecco tanto amati o vituperati proprio per parlare – o per criticare – tutto il mondo positivo che ruota loro intorno, fatto di emuli ma anche di autori di talento, fatto di comici improvvisati e ladri o di veri talenti del nonsense. E la capacità di distinguere il critico dal criticato si fa sempre più difficile, lavoro per occhi allenati e per menti aperte.

Parlare di questo è parlare di quello che in fondo potrebbe essere considerato come l’unico “difetto” di CHAPEAU, e cioè l’autoreferenzialità a volte eccessiva, che rende un albo del genere fruibile principalmente dagli “illuminati”, o comunque dagli “addetti ai lavori”. Sia nella forma che nei contenuti, CHAPEAU si dimostra ostico a un lettore occasionale, e sebbene il titolo d’impatto e i già citati “ometti stecco” siano un ottimo e legittimo modo di attirare chi passasse per caso davanti all’albo, non so quanto un pubblico poco avvezzo a queste tematiche, poco coinvolto nel mondo descritto nella storia, potrebbe apprezzare o capire di cosa diavolo si stia parlando.

Forse la mia è solo un’impressione, e comunque ho la certezza che pensando a questa storia Caccese non abbia certo pensato di produrre un prodotto “mainstream”, bensì qualcosa che fosse estremamente fruibile e utile ai tanti autori di fumetti, ma comunque mi chiedo quale e quanto impatto questo volume potrebbe avere sul pubblico più generalista, e se per caso non sarebbe stato più “facile” e utile presentarsi in maniera più leggera, in modo da ….

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Ahahahahahaha. Nel caso non ve ne foste accorti, sono volutamente caduto proprio in uno dei tranelli contro i quali CHAPEAU ci chiedeva invece di stare alla larga. Ho suggerito agli autori di abbassare i toni, di essere meno sperimentali, di rendersi più comprensibili al grande pubblico, di aiutare le vendite mostrandosi in un modo più comprensibile al lettore “medio”.

Capite quanto è facile caderci?

Ben venga invece CHAPEAU così com’è, con la sua struttura anarchica, con i continui esperimenti, con i disegni scombinati e le storie che iniziano e finiscono in medias res. La speranza è che il pubblico sia attirato proprio da questo, e inizi a pensare che un’altra via è possibile, che sperimentare è migliore che sottomettersi alle leggi di mercato, e che accanto a una giusta necessità di essere apprezzati e amati (e magari anche pagati per ciò che si fa), ci deve sempre essere spazio per voci fuori dal coro, per riflessioni diverse, per follie intelligenti.

In questo, CHAPEAU riesce benissimo. Per cui, tanto di chapeau a tutti i suoi autori.


UN PREGIO: temi trattati e sperimentazione

UN DIFETTO: non immediatamente accessibile a un pubblico generalista, e non familiare con temi e mondi come quelli del fumetto e dei social. Ma, ovviamente, non credo fosse quello il senso dell’opera.

CHI COSA COME: “Je suis Chapeau: come far credere a tutti di essere un fumettista“, di Andrea Turel Caccese e un mucchio di disegnatori del calibro di Plunk, Pierz, Trepicomics, Vaz, Condre, Davide La rosa, Drawdown, XDinky, Giro, Lise e Talami, Spyro, Emiliano Mattioli, Marco Giammetti e Studiopazzi , 80 pagine in bianco e nero; scritte, disegnate e scarabocchiate e impiastricciate, edizione ultralimited con cover in acciaio e inchiostri metallici, disponibile QUI


Se volete sapere il nome dell’artista che ha disegnato l’illustrazione che compare come immagine di apertura di questo blog, potete trovarlo – insieme a quello di TUTTI gli altri autori che hanno partecipato nel passato –  nell’apposita PAGINA dedicata agli omaggi a L110P, così come in apposite pagine potete trovare TUTTE LE RECENSIONI, e le SEGNALAZIONI di fumetti non ancora recensiti ma comunque degni di nota.

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