Pillola 60: “Tzitzime – el dia de la sangre”, di Stemmark & Biagini

tzitziLa prima cosa che viene da dire guardando TziTziMime del duo Stemmark/Biagini è qualcosa di simile a “PORCA T401A!”; poiché l’albo, oltre a essere divertente e soddisfacente da leggere è praticamente l’apoteosi dello stile Biaginiano attuale (non starò a fare inutili paragoni), con tavole che già da sole meritano l’applauso.
In effetti, e non me ne voglia lo scrittore, se anche l’albo fosse stato stampato grande il doppio e senza dialoghi me lo sarei comprato lo stesso, in quanto la parte grafica è davvero notevole, degna di un artbook, di un portfolio, e talmente densa di valore e di motivi di interesse al punto da convincere anche me, che tra l’altro gli artbook non li compro MAI.

L’acquisto dunque si rivela validissimo già dal punto di vista prettamente “fisico”. Per quanto infatti l’albo presenti quel non proprio bellissimo “vuoto” dato dal piegarsi verso l’interno delle pagine sottoposte a spillatura, è indubbio che copertina, colori, composizione dell’albo e la carta sono davvero di OTTIMA qualità, e giustificano ampiamente il prezzo. Direi anzi che tra i vari albi visti quest’anno a Lucca Tzitzimime è proprio uno di quelli che maggiormente hanno messo in luce le caratteristiche del disegnatore, così come il suo stile.E c’è poco da fare: se non si ha il modo di competere con le grosse case editrici, sfruttare la distribuzione o non si è famosi, l’unica alternativa valida o quantomeno dignitosa è quella di presentarsi con qualità. E’ ovvio che di sola qualità oggi non si vive, e neppure sopravvive, ma perché autolimitarsi quando si può almeno godere di un prodotto soddisfacente? Per cui ben vengano operazioni come queste: non possono e non devono diventare la regola, e devono comunque avere qualcosa di concreto da offrire al proprio pubblico; ma come eccezione (nel momento e nel modo giusto) sono la più sensata di tutte.

tzitzi2Conosco il buon Biagini da una vita, l’ho visto impegnarsi in molti progetti – alcuni di essi purtroppo portati avanti con cura inferiore alle sue grandi possibilità, per esigenze dettate da un mercato cieco e spesso ottuso – ma la bellezza di questo TziTziMime l’ho percepita fin da subito, e l’ho trovato davvero un fumetto degno di lui, del suo stile e  delle sue passioni. Finalmente un prodotto che non gira intorno alle sue doti ma le esplica al cento per cento, rendendo loro omaggio. Finalmente un fumetto che può essere considerato anche un punto di partenza dalle possibilità infinite. Del resto è lui stesso a dirlo, in un post che ho trovato sulla sua pagina Facebook e che ho pensato di condividere con voi per 2 motivi: il primo è che offre un’immagine realistica e veritiera del mercato e di cosa spesso significhi LAVORARE (non cazzeggiare) come disegnatore; il secondo motivo è che mentre il post sembra esprimersi in maniera negativa riesce nello stesso tempo a inquadrare alla perfezione il vero senso, il senso ultimo, che dovrebbe essere alla base di fare Arte, risultando quindi un bellissimo incoraggiamento verso nuove partenze e verso il non fossilizzarsi come autori.

Il post è questo:

“3 anni fa: grazie alle ridicole “politiche” editoriali dell’allora mio editore, che mi portarono a dover fare 44 pagine al mese disegnate col culo a tirar via, ebbi infine un pesante crollo nervoso che mi portò a bloccarmi totalmente sul lavoro. Vedevo quello che stavo disegnando e sapevo che sarebbe stato visto in tutto il mondo e che tutto il mondo si sarebbe semplicemente detto “guarda qua, mediocre ‘sto tizio che tira via a merda”, ignorando giustamente quello che c’era dietro (per anni dormii tipo 3h a notte per rispettare le consegne).
Crollai.
La mia editor (trad. “passacarte”) bloccò le due serie su cui mi avevano messo (avrei potuto dire di no quando mi avevano spinto ad accettare la seconda, ma il quid era che la prima stava finendo e la seconda era quella a cui puntavano davvero, anche per la mia permanenza nel loro staff disegnatori). Dopo 5 anni che lavoravo per loro (su serie e argomenti che con il mio immaginario non c’entravano NULLA ma che avevo sempre accettato in quanto lavoro e dunque differenza tra il disegnatore della domenica e l’aspirante professionista) semplicemente aspettarono che mi “riprendessi” (più o meno) e che finissi le due serie poi mi dissero semplicemente “ciao”.
In tutto questo iniziai a scarabocchiare ad inchiostro a mano libera su una moleskine i Masters, culto dell’infanzia e soggetti assolutamente basic nell’immaginario.
Funzionò, mi liberai d’un tratto di anni di ribrezzo per la roba che vedevo uscire dalle mie matite perché non sentita come mia (e conseguentemente disegnata senza passione, con lo spirito di uno che si alza per andare a lavorare allo scarico merci del supermercato, il che evidentemente dimostra che forse in fondo non sia davvero professionale come dovrei). Su una moleskine proprio perché dovevano restare fisicamente presso di me a sostenermi, senza l’idea di poterli vendere o separarmene.
Una terapia di Masters e inchiostro libero che mi cambiò stilisticamente e mi diede una nuova sicurezza. (Fino al lavoro successivo, che ancora una volta non c’entrò una benemerita fava con quello che sapevo/volevo realizzare). Tornato dallo stress lucchese ho deciso di cambiare verso, ora che la mia situazione attuale mi permette anche di rischiare, dando una sterzata verso quello che voglio fare davvero, ed ecco che facebook mi ricorda quel momento di 3 anni fa in cui una sterzata mi risollevò letteralmente dal pantano.
Niente male per dei pupazzetti kitsch che tuo nonno ti comprava da bambino col disappunto dei tuoi genitori.”

Ovviamente, l’esperienza che ho condiviso qui è personale e soggettiva, e per quel che riguarda le cose negative non può e non deve essere presa come una profezia: il caso, il destino, la volontà, la fortuna, il talento, le persone con le quali ci si trova a lavorare, sono tutti elementi che mischiati tra loro contribuiscono a rendere l’esperienza di ogni disegnatore diversa da quella di un altro. Eppure ho trovato questo post di rara bellezza e sincerità. Perché mostra quali sono i rischi e le realtà del tentare di rendere quella di fumettista una professione, e perché ci spiega quale dovrebbe essere lo stimolo che ci porta a far fumetti, prima ancora del guadagno, prima ancora del “piegarsi” alle esigenze di un pubblico.
Immagino che molti non si riconosceranno in queste parole, o non ci crederanno. E va bene così.

tzitzi3Chiudo qui col sentimentalismo e torno a Tzitzimime, notando che ancora non ne ho raccontato la trama.
Presto fatto: uomo incontra mostro assassino e succhiasangue. Segue imprevisto inatteso. Arrivano altri mostri fichissimi. Finale inatteso. The End.
Non c’è bisogno che sappiate altro, se non che la storia si legge con piacere e intrattiene nel modo giusto, senza essere troppo sanguinolenta o scontata, e che pur non essendo – e non pretendendo di essere – un capolavoro o un significativo ritratto di una generazione di precari sognatori infantili nerd alla ricerca di un senso della vita e di un amore impossibile, come spesso succede in certe eleganti GN, è un episodio originale e intrigante, capace di muoversi con personalità e stile anche nell’ambito del “già detto” composto di mostri aztechi, sacrifici umani e teschi ghignanti.

Ci sono però due elementi secondo me non perfetti, che sono quasi sommersi dalla bellezza del tutto, ma che vorrei far notare.
Il primo è un “difetto” di stile (uso le virgolette perché è tale solo da uno specifico punto di vista), in quanto i nettissimi e volumetrici neri netti del buon Biagini, insieme al montaggio delle tavole, serrato ricco di invenzioni e inserti, pagano lo scotto di una grande potenza con una minore immediatezza e comprensibilità: la narrazione si rallenta, perché in qualche caso bisogna fermarsi a interpretare cosa sta succedendo in una singola vignetta, o perché ci si sofferma a osservare una bellissima splash page. Sono cose che nel bene e nel male nuocciono alla narrazione, e sebbene io sia consapevole di quanto è difficile scegliere tra l’essere leggibili e l’esprimersi con inventiva e bellezza, e sia più che sicuro che in questo caso la scelta dell’artista sia stata consapevole, votata a un “sacrificio” di comprensibilità in cambio di una libertà artistica che spesso i lavori fatti su commissione negano, sono altrettanto coscio del fatto che il fumetto è – a prescindere da tutto e tutti – anche narrazione, e rischia sempre di essere soffocato da un disegno troppo prevaricante.
Sarebbe stato allora più sensato – ipotesi mia, e solo se si fosse voluto fare un lavoro più “rigoroso” – lasciare le mega sperimentazioni lì dove l’opera lo permetteva, magari costruendosi delle scene “su misura” o sfruttando al meglio gli elementi più spettacolari di una sceneggiatura (Biagini lo ha fatto nel fumetto Paranoid Boyd, che recensirò in una pillola successiva). Comunque, rimane assodato il fatto che le tavole sono assolutamente meravigliose a vedersi, per cui direi che in ogni caso non ci si debba pentire di nulla.

Il secondo è un “difetto” di sceneggiatura, che anche in questo caso, però, fatico a considerare come tale per due motivi: perché è semplicemente un elemento dello stile dello sceneggiatore Stemmark, un’impronta classica, che in altri contesti funziona perfettamente (ad esempio nel suo classicissimo fumetto fantasy Crom) e che per certi editori sarebbe stato considerato fino a poco tempo fa un imprescindibile pregio; ma anche perché nonostante la sua presenza riesce comunque a essere utile al fumetto e ai disegni.
Quello a cui mi riferisco è lo stile bonelliano, da sceneggiatore di Tex, con tanto di didascalie (mi si scusi il gioco di parole) didascaliche, che spiegano quello che già possiamo vedere con i nostri occhi.

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Un solo esempio per farvi capire di cosa parlo: il fuggiasco protagonista sbuca in una radura nella quale sorge un’inconfondibile piramide azteca. “Una piramide azteca!” dice il tizio, stupito. Subito dopo, una dida ci spiega che “il fuggiasco sbuca in una radura e con grande stupore si trova di fronte un inaspettato rifugio”.

In Italia questo modo di narrare è sempre andato forte, ed è sempre stato apprezzato dai lettori. Non è dunque strettamente “errato”, anzi è familiare a molti; ma tecnicamente parlando non può definirsi ineccepibile, in quanto infrange la regola dello “show don’t tell” tipica della migliore letteratura.
Mostra, non raccontare”, dice la regola. In un racconto vuol dire “non scrivermi che Mario è spaventato, ma dimmi che Mario trema, si guarda intorno nervosamente, respira forte, suda e batte i denti. A quel punto sarò io lettore a capire che Mario è spaventato, e lo farò in maniera attiva, immaginandolo e immedesimandomi.” In un fumetto significa: “non dire a parole ciò che già le immagini raccontano, sfrutta quello spazio per aggiungere altro o lascia parlare il disegno.

Come ho già detto, però, il modello narrativo non è inadatto a TziTzimime. Anzi: raccontando molto tramite didascalie lascia più spazio alle immagini e contemporaneamente crea un particolare e piacevole effetto “ibrido”. E’ come vedere un film di Alien girato e interpretato con lo stile dei film western degli anni ’60 con John Wayne (“Per mille nebulose, Jack! Quei maledetti alieni testalunga vogliono impadronirsi delle nostre riserve di ossigeno!”), narrato in una maniera che può essere più adatta a opere classiche – ed ecco perché mi dà un po’ fastidio definirla difetto – e forse un fumetto come quello di cui parliamo avrebbe invece avuto bisogno di una sceneggiatura più “forte”, incisiva, moderna, psichedelica, che aspirasse a essere qualcosa in più rispetto a un episodio di “Ai Confini della Realtà“. Ma va beh, Tzitzimime rimane ugualmente un bel prodotto.

A margine aggiungo anche che, a livello di incisività, forse sarebbe stato più sensato usare una maggiore aderenza al mito della Tzitzimime, qui trasformata in una “zanzarona” non del tutto inumana, comunque efficace, ma che mi pare poco o nulla abbia a che spartire con la sua controparte “originale”. In questi casi mi chiedo sempre quanto sia valsa la pena modificare le cose; è come nei film americani tratti dai fumetti, dove per esempio la Torcia Umana diventa di botto di colore, le origini dei personaggi sono tutte sballate, e via dicendo. Se ci si appropria di un personaggio non sarebbe più coerente sfruttarlo per quello che è? Altrimenti tanto valeva inventarsene uno nuovo. E dunque, se si fosse pestato un po’ di più sul pedale e tirato fuori un postapocalittico Azteco/Biaginiano/Chaosmagiciano si sarebbe davvero scatenato l’inferno.

Ma va bene lo stesso, sarà per la prossima volta. Per il momento non posso che raccomandarvi l’acquisto di questo piccolo gioiellino, frutto di un’editrice piccola ma agguerrita come la Play7 – che sa giocare benissimo le frecce al suo arco – e di un artista che continua a stupire per la potenza del suo stile, e che per una volta si è divertito a esprimersi con tutta la libertà e la sana follia che il suo talento gli ha regalato. Dunque non è affatto esagerato considerare questo Tzitzimime come un nuovo inizio, dal quale credo e spero usciranno tanti altri capolavori.

Nel frattempo, complimentoni ai suoi realizzatori.

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ABBIAMO PARLATO DI: “Tzitzimime”, scritto da Stemmark e disegnato da Francesco Biagini. Spillato, b/n, 6 euri. Per info andate QUI, e visitate la pagina FB di Biagini, mi raccomando.


Se volete sapere il nome dell’artista che ha disegnato l’illustrazione che compare come immagine di apertura di questo blog, potete trovarlo – insieme a quello di TUTTI gli altri autori che hanno partecipato nel passato –  nell’apposita PAGINA dedicata agli omaggi a L110P, così come in apposite pagine potete trovare TUTTE LE RECENSIONI, e le SEGNALAZIONI di fumetti non ancora recensiti ma comunque degni di nota.

NOVITA’: ora potete trovare altre mie recensioni all’interno di Webcomics.it

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