Pillola 89: “THE PROFESSOR” 0 e 1, di AA.VV.

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Se guardo indietro negli anni ricordo un tempo “oscuro” nel quale le edicole erano occupate da pochi volti noti, molti di essi attivi ancora oggi, e da piccoli,  ma anche da tanti fugaci progetti che facevano la loro comparsa a volte senza preavviso, e altrettanto improvvisamente potevano sparire. Era l’epoca pre-internet, pre-social media, pre-tutto, nella quale le informazioni erano poche ma la voglia di leggere tanta, e dove a volte si scopriva l’uscita di una nuova serie solo trovandosela davanti a sorpresa.
Adesso è l’opposto, le serie vengono sbandierate e annunciate molto tempo prima in modo da ingolosire il pubblico; vengono fatti sostanziosi previews, e si ha tutto il tempo di decidere se varrà la pena acquistarla oppure no. Si ha anche il tempo, a dire il vero, di bocciarla con disprezzo senza averla letta, basandosi su preconcetti e pregiudizi a volte del tutto sconclusionati; ma tant’è: questo è il mondo di oggi.
Negli anni ’90, invece, i giudizi ce li facevamo innanzitutto leggendo. Trovavamo un numero in edicola, lo sfogliavamo, ci incuriosivamo, cercavamo di valutare al volo i pro e i contro (primo tra tutti la mancanza di denaro), e poi via: spesso e volentieri si finiva per comprare, perchè le uscite erano sempre inferiori alla nostra fame.
Un buon numero di quelle pubblicazioni “improvvisate”, sconosciute ai lettori, che un giorno comparivano negli scaffali dei chioschi, erano prodotti di editori “minori”, quando non improvvisati, e alla lunga ci voleva poco per riconoscerli. Spesso erano i cosiddetti “Bonelliani”, cioè albi che cercavano di replicare lo stile e il formato dei più famosi eroi di Via Buonarroti, magari affidando le loro sorti ad autori di basso profilo, di serie B, riciclati dai tascabili sexy, o giovani aspiranti autori dalla mano più o meno grezza.
C’era una grande varietà di stili e di generi (molto più di adesso, devo dire: ora regnano molti fumetti derivativi, o che girano intorno a generi “forti” e già rodati), e a volte andava bene e altre volte – più spesso – no. Si comprava un numero, due o tre se andava bene, non oltre i sei. E puntualmente dopo il sesto numero quelle serie chiudevano, o vivacchiavano un altro poco prima di scomparire definitivamente.
Tenete d’occhio le edicole, perché le sorprese potrebbero non mancare!” stava scritto negli ultimi editoriali; ma le sorprese poi non c’erano mai. E questi trionfali addii avevamo imparato a conoscerli bene. Per noi lettori scafati significavano l’esatto contrario, cioè “addio a tutti, non vendiamo un cazzo, chi si è visto si è visto”.

Perché questa lunga premessa? Perché THE PROFESSOR, nel bene e nel male, mi ha ricordato proprio quei vecchi albi, e la sua comparsa quasi improvvisa in edicola mi è piaciuta così tanto da convincermi a comprarlo. A questo fumetto, in gloriosa memoria di tutti i suoi predecessori tanto coraggiosi quanto (spesso) azzardati, va dunque per prima cosa tutta la mia simpatia. Di questi tempi, poi, tentare la carta dell’edicola non è proprio cosa per tutti: dalle edicole gli editori si ritirano, puntando tutto sulle fumetterie, sulle librerie di varia, sui social media, su Amazon e sulle vendite online e alle fiere. Bella cosa dunque che qualcuno ci provi: una volta tutto il pubblico passava di lì (e ne è riprova il fatto che editori con un solo titolo all’attivo, come l’Astorina con Diabolik, abbiano potuto resistere per tutto questo tempo). Ora le edicole sono ancora un punto di riferimento? Mah, difficile da dire. Però che qualcuno ci torni può essere una bella cosa, e anzi speriamo vada loro bene. Il mio augurio è sincero.

Detto ciò, però, passiamo all’albo. Anzi: agli albi. Lo zero e l’uno.

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Del numero zero, breve breve, in realtà da dire giusto che è stato distribuito gratis a Lucca, anche lungo le strade (altra idea carina e condivisibile: non arroccarsi sul “pezzo da collezione” ma tornare nelle mani della gente, del popolo), che vede apparire uno sceneggiatore che ricordavo su Dylan Dog, cioè Giancarlo Marzano, e che in poche pagine svolge bene il suo lavoro di presentazione del personaggio e della serie, anche grazie a dei buoni disegni, adatti a una serie come questa. Sulla storia c’è davvero poco da dire, in quanto le pochissime pagine han permesso davvero poco al suo autore. Giusto una sorpresa, che però si indovina assolutamente subito, è talmente classica da sfiorare il palese. Ma non importa, va bene così. Se non altro il numero è chiaro in ciò che dice e si presenta nella maniera adeguata. Un bel lavoro.

Del numero 1, invece, si può dire molto di più, e non tutto in positivo. Di bello c’è il protagonista, che forse ricorderà superficialmente un Doctor Who d’antan (The Doctor/ The Professor, basta quello…), ed è un professore universitario allevato da un rabbino dopo la morte dei genitori , che pare nascondere vari segreti nonché essere la chiave di volta per svelare certi arcani non ben determinati. Ed è attraente anche l’ambientazione, una Londra fine ‘800 che fa sempre la sua figura.
Ma andiamo per punti: cos’ha questa serie di valido?

1.L’ambientazione, l’abbiamo detto: i un periodo storico che di rado fallisce, un Ottocento fantastico nel quale Jeckyll e Hyde, Holmes, Jack the Ripper, magia e tecnologia steampunk possono convivere senza sgomitare, e nonostante il rischio di abuso possono continuare a offrire spunti buoni se si è in grado di evitare il luogo comune.

2.Il personaggio principale, che è potenzialmente promettente e sfaccettato, con qualche mistero sulle sue spalle e una figura solida, di quelle che si impongono, e nonostante non rappresenti l’eroe classico tutto sparatorie e machismi può comunque creare empatia e interesse nel lettore. Ciò che manca di furia e dinamicità viene compensato da eleganza, stile e sagacia. Una sorta di Martin Mystere avventuroso dei secoli passati, possiamo dire. E infatti, guarda un po’, in questo numero uno nessuno spara a nessuno. Questo mi piace.

3.I temi, che mi sembrano decisi a spaziare un po’ dappertutto, a seconda di dove porterà l’ispirazione. In questo primo numero ecco spuntare la cabala, i rabbini, il golem, la magia, creature arcane, sette non ben identificate, mostri che si muovono nel buio, omicidi rituali, evocazioni arcane, angeli e demoni più o meno biblici. C’è anche spazio per interventi storici revisionistici che vedono comparire l’italia, e Leonardo, a fianco del ben più famoso Rabbi Loew e della sua creatura. Bene, ci può stare, ci sta.
Manca la spalla dell’eroe. Non c’è Java o Groucho o Chico. Meglio così.

4.Il primo numero è ricco di elementi. Ci sono molte cose classiche (resto sul vago per non spoilerare troppo), elementi che magari per noi vecchi lettori sono solo le ennesime variazioni su vecchi temi; ma è ai giovani lettori che bisogna guardare, e magari essi sono più ben disposti, più adatti per vedere in THE PROFESSOR una novità. I temi comunque sono narrati anche con una certa vivacità, senza eccessive ramanzine o lezioni di storia, quindi il racconto rimane comunque leggero e accessibile, gradevole da leggere, leggero senza essere filiforme, un buon prodotto d’intrattenimento.

E stop.

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Cosa manca a questa serie, o cosa c’è di poco valido?

1.Lo sceneggiatore viene dai romanzi, questa dovrebbe essere la sua prima sceneggiatura, e si vede. Si vede nel suo abbondare di scene rapide e repentine, che si aprono e chiudono a volte troppo in fretta, senza preavviso, in barba alle regole del fumetto che vorrebbero ben precisi stacchi che permettano al lettore di orientarsi. Questo non accade, e a peggiorar le cose ci sono di tanto in tanto scene che paiono fini a loro stesse, che non portano a nulla, ma sembrano parentesi aperte e chiuse su discorsi che nessuno ci sta facendo. Cito per tutte la scena dei fantasmi: il professore è a casa sua. Di botto ombre misteriose sfondano i vetri. Sono impalpabili e inarrestabili. Fanno un po’ di casino e poi se ne vanno senza concludere nulla, e non tornano più. E dunque? Cosa mi si voleva dire con questi fantasmi? Se sono in scena devono avere una ragione, ma essa al momento ci sfugge. Non vorrei fosse rimasta nella penna dello scrittore.
Altra cosa che si lega a quelle elencate qui è una certa sovrabbondanza di scene e di elementi. Il fumetto di genere, per sua natura, dovrebbe essere lineare sia nello stile che nella storia, e arricchirlo con troppi svolazzi verbali, o con scene in teoria “brevi e incisive” serve solo a renderlo più confusionario. Un elemento o me lo spieghi per bene e me lo racconti in modo coerente, oppure mi rendi solo la storia più complicata da seguire. Un fumetto non è un romanzo, dove lo stile di scrittura ricercato arricchisce, tutt’altro: è la storia che deve rimanere al centro dell’attenzione. Il resto sono solo manierismi.

2.Lo scrittore viene da romanzi storici/esoterici/ misterici, nonché dal teatro, e si vede. Ci sono ricche citazioni disseminate un po’ ovunque (e qui torniamo al punto di prima riguardo la linearità della storia), e una trama pienissima di elementi e misteri e orrori del passato. Di tutti questi però, gira che ti rigira sappiamo poco o nulla, e la necessità di esser brevi per restare nel numero di pagine prefissate rende tutto un po’ oscuro, un po’ sul leggerino. Motivazioni, origini dei cattivi, piani, segreti e obiettivi rimangono in disparte, al punto che non abbiamo bene idea di chi sia chi, e chi voglia cosa per quale motivo. Qualche creatura dalle origini apparentemente biblico-mitologiche cerca un tal mostro grazie all’aiuto di una setta misteriosa per poter… boh, forse conquistare il mondo in modo generico, chi lo sa! Ma nonostante la presunta saggezza che derivi dall’esser mitologici o settari, questi tizi pare sappiano ben poco, vanno avanti a tentoni, ammazzano a destra e a manca salvo poi venir spiazzati in quattro e quattr’otto dall’eroe che posto davanti al dilemma irrisolvibile lo svela in un secondo facendo forse la cosa più logica di tutte.
Ci sono, e non li ho apprezzati visto che lo sceneggiatore dovrebbe essere scrittore, anche degli errori di italiano. In più di una parte ci si ritrova con frasi senza soggetto, tra le quali un periodo alquanto affannato che riassumo qui:

Nella città di Oria viveva una comunità ebraica. Una notte la città fu assalita dai pirati, che giurarono che sarebbero tornati. Così, studiando le antiche carte, forgiarono degli esseri meccanici capaci di difendere la città dai pirati. Così, quando questi si ripresentarono, questi automi li uccisero inabissandosi con loro. Preoccupati del terribile potenziale di distruzione, decisero di bruciare le formule con le quali avevano creato gli automi.

Se leggete bene, vedrete che in due parti manca il soggetto della frase. Chi forgia gli esseri meccanici, e chi decide di bruciare le formule? Ovviamente i membri della comunità ebraica. Ma se tu scrittore non me lo specifichi a inizio frase, ecco che qualcosa si perde.
E passiamo avanti, dove troviamo questa frase che non posso non citare: “lo yom kippur esige che tu non mangi, non bevi, non ti lavi e non indossi scarpe di pelle”. Sbaglio io o le regole dell’italiano avrebbero preferito “che tu non BEVA?” Mi secca farlo notare, ma se mi presentano lo sceneggiatore come un rinomato scrittore, mi secca anche trovare sul suo lavoro errori di italiano. Diamo la colpa al correttore automatico di Word, và.

3.Sempre per la gran quantità di scene “secche”, per la sovrabbondanza di temi e sovrastrutture, e per le incertezze dell’autore nel narrare, ecco che in fin dei conti la storia è chiara solo in superficie. Possiamo dire che un cattivo vuole una cosa, e uccide a caso per averla, e alla fine gli va male. Ma se poi approfondiamo, cerchiamo motivazioni, passaggi logici, questi iniziano a vacillare o sciogliersi. Il golem stesso: a pagina tot ci viene detto chiaramente che è tornato, a pagina tot+1 ci si dice che i cattivi chiaramente stanno cercando di svegliare il golem, a pagina tot+2 si trovano altre prove riguardo la presenza del golem (“un tizio ha detto che il tipo morto è stato ucciso con forza sovrumana!”, che poi il tizio sia un probabile giovane Holmes è molto carino, ma la prova rimane vaga, e oltretutto come mai il golem ha ucciso quel passante che non c’entrava nulla, come gli rimprovera la sua stessa padrona? Forse gli girava storta quella sera?), mentre poi etc etc.
Su tutte, la scena più strana credo sia quella che vede l’eroe trovarsi davanti a un omicidio del golem… e il nostro Professor sta appunto cercandolo, credo… e cosa fa? Commenta col suo cane che la sfida è troppo grossa; dopodiché gira le spalle al mostro e prosegue per la sua strada. Va bene, non dico buttarsi a pesce, ma magari seguire il mostro e vedere dove va? O fermarsi un attimo a vedere se il tizio buttato urlante dal ponte è ancora vivo? Mah, sarò io che non ho capito.
In questo non aiutano molto i disegni, piacevoli e adatti ma in alcune parti troppo oscuri, al punto che si fa fatica a distinguere bene i personaggi e a capire chi sta facendo cosa.

E basta.

theprofessor5Diciamo che nonostante una trama difettosa e una storia non molto chiara, in fin dei conti il fumetto mi ha intrattenuto, ergo sono disposto a dar fiducia agli autori: il loro progetto rimane promettente, e a imparare le tecniche del fumetto si fa sempre in tempo. Non bisogna essere troppo fiscali.
La prosopopea dello sceneggiatore, pur se convoluta e a volte troppo piena di sé per essere efficace narrativamente, mi ha divertito, e in ogni caso rappresenta un cambio di stile che se verrà espresso in futuro nella sua piena potenzialità potrebbe essere un bel diversivo dalle solite avventure. Inoltre la serie – che non ha ancora un percorso netto e potrebbe permettersi infinite variazioni e cambi di genere/ambientazione – potrebbe stupire e intrattenere se si rivelasse essere altro rispetto al solito albo “assassino-mistero/indagini/soluzione finale” che è tipico di tutti gli albi Bonelli, da Tex a Nathan Never. Ecco: se PROFESSOR riuscisse a svincolarsi da questo leitmotiv sarebbe forse il suo pregio migliore, e la prima ragione per continuarne la lettura. Questo e un po’ di chiarezza, per favore.
A parte ciò non ho altro da aggiungere. Il numero due vede alle sceneggiature quel Marzano che citavo prima. Sebbene i suoi Dylan Dog non mi abbiano lasciato grandi ricordi, se non altro è qualcuno che i fumetti li conosce e li sa scrivere, ergo una sua storia potrebbe forse mettere in mostra le vere e piene potenzialità di questo personaggio… Quindi in definitiva credo che il secondo numero lo comprerò. Per questo, e per l’effetto nostalgia di cui parlavo prima.
Un tempo, noi lettori eravamo soliti dare più tempo alle serie: a meno che il primo numero non fosse proprio orribile, o contrario ai nostri gusti, almeno altri 2 o 3 se ne compravano, attendendo che la serie ingranasse. Ora non so se si fa più così, di certo il pubblico ha meno pazienza ed è attratto da mille altre cose contemporaneamente, per cui farsi notare è molto ma molto più difficile.
In questa occasione credo che invece riesumerò quella vecchia abitudine. Comprare qualcosa di “oltrebonelli”, qualcosa che si presenti bene, a poco prezzo, e offra tante pagine e un intrattenimento “diverso” è sempre un piacere (ricordo che feci i salti di gioia quando la Star Comics annunciò l’uscita di un Bonelliano, Lazarus Ledd, che pareva proprio interessante; e per gli stessi motivi elencati qui sopra lo comprai con grande piacere. Smisi dopo 24 numeri esatti, ma questa è un’altra storia…). Ovviamente, se però gli sceneggiatori non riusciranno a eliminare i propri difetti e non riusciranno in tempi brevi a imprimere una solidità e una coerenza al proprio personaggio… altrettanto lietamente dirò loro addio.
Per cui buona fortuna a THE PROFESSOR, e soprattutto ai suoi autori.

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Sipario.


ABBIAMO PARLATO DI: “THE PROFESSOR“, di AAVV. Bimestrale, 98 pagine in b/n, formato semibonelliano. Lo trovate QUI

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