Pillola 101: “Amore di lontano”, di Martoz

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Immagino che cosa accadrebbe se un giorno Martoz venisse chiamato a disegnare (ma anche scrivere, perchè no?) un Dylan Dog Color Fest. Come minimo verrebbe lapidato sulla pubblica piazza, bruciato vivo, decapitato, sbranato dall’orda dei lettori “popolari”, quelli per cui un Pellizzon “è troppo”, ma lo sono anche un Mari, un Bacilieri e (recentemente) un grandissimo come Alberto Pagliaro. Se allora gli si proponesse Martoz, con i suoi disegni distorti, spezzati, da bambino delle elementari che ha appena imparato a prendere in mano la matita, che cosa direbbero, cosa succederebbe? L’apocalisse, come minimo.
Invece, per fortuna, almeno per il momento di Color Fest non se ne parla, e il nostro autore è libero di lavorare alle sue cose, ai suoi personaggi, esponendo intanto le sue tavole in varie gallerie d’arte in giro per l’italia e il mondo. Va bene così: giustizia è fatta.
Ma non è il caso di essere troppo cattivi con il lettore Dylandoghiano medio: è indubbio, a prescindere dalle preferenze di ciascuno, che un segno come quello di Martoz non sia assolutamente di immediata comprensione. E’ un segno che non ha niente del “bello” nella sua accezione più comune, non è fatto per “piacere” o per venire incontro a chi guarda, ma anzi sembra graffiato sulla carta, sembra ricercare coscientemente la bruttezza, l’illogicità, il caos. Non c’è una linea dritta nello stile di Martoz, non c’è un oggetto o un corpo che siano ritratti per come sono. Non ci sono vignette eleganti e squadrate, non c’è prospettiva, non ci sono colori fotorealistici o immagini che sembrano fotogrammi di un film. E’ tutto storto, tutto abbozzato. Delle cose non viene proposta l’immagine, dunque; quanto piuttosto la sua IMPRESSIONE.
Eppure… accidenti quanta bellezza, quanta potenza espressiva, quanta chiarezza! Da rimanerne davvero senza parole, a occhi spalancati, perchè non c’è vignetta in Amore di Lontano che non assolva egregiamente il suo compito, tanto che quando si combatte sembra di essere davvero sul campo a duellare, quando ci si muove si viene trascinati insieme ai personaggi, e anche quando si fa l’amore ogni gesto ci è mostrato con assoluta volontà di potenza comunicativa. Roba che il disegno che piace tanto a quei lettori di cui sopra cos’è? Poco, nulla, a confronto.

E’ inutile che io cerchi di fare capire questi concetti a chi non li sa apprezzare: per amare il bello quando si mostra in queste forme bisogna conoscerlo bene, bisogna avere gli strumenti per interpretarlo, bisogna avere compiuto un percorso di riflessione che non tutti fanno, o sono capaci o sono interessati a fare. Poco male, ciascuno se ne rimane lì dove la sua natura lo spinge, ma è indubbio il fatto che chi si ferma è perduto, non potrà mai e poi mai capire cosa ci veda di così interessante l’umile recensore nelle pagine scarabocchiate di questo lavoro, e come mai rimanga così impressionato dal disegno che Martoz gli ha fatto a Lucca quest’anno. E’ una comunicazione impossibile, una lotta impari nella quale il perdente in partenza è oltretutto convinto di essere l’unico vincitore, per cui da qui in avanti penserò che il mio pubblico di lettori sia composto soltanto da gente che è CAPACE di apprezzare opere come queste. Lo diamo per scontato a partire da questo punto, ok? E andiamo a incominciare.

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Amore di Lontano racconta la storia di due personaggi, entrambi alla ricerca di una donna. Ma non una semplice donna, quanto piuttosto una summa di ogni donna, una sorta di Dea in forma umana, fonte di salvezze e misericordia, l’unica che ritengono capace di guarirli da loro stessi, dal loro animo perverso, autodistruttivo, senza riposo e senza pace. Il primo dei due personaggi è Antares detto Scorpione, cavaliere con un uncino al posto della mano destra, posto dal re di Castiglia e Leon al comando di un esercito misto, il quale ha il compito di raggiungere la Terrasanta e partecipare alla famosa 2° crociata, quella che si svolse dal 1145 al 1149, stentò a decollare fin dall’inizio (perchè considerata affatto importante, fu necessario promettere mari e monti ai nobili, tra amnistie e perdoni vari, pur di convincerli a partire) e finì in fretta e furia dopo poche scaramucce. I prodi guerrieri europei, nobilitati e incitati dal futuro santo Bernardo da Chiaravalle (che diceva: se si uccide un uomo in nome di Dio, non è l’uomo che si uccide bensì il male che egli porta dentro. Ergo uccidere è cosa buona e giusta!), incontrarono più resistenza del dovuto, furono bastonati, e dopo qualche scarso tentativo si ritirarono. E Antares, capitano di Normanni, Inglesi, Fiamminghi, Frisoni e Leonesi, si trovò appunto imprigionato in quel conflitto, ma disposto a tutto – anche a sacrificare il suo stesso esercito, pur di appagare la sua ossessione per Mila, la donna misteriosa che cura le maledizioni e disinfetta le angosce.
A fare da contrappunto ad Antares c’è Jaf, uomo d’oggi, anch’egli ossessionato dalle donne, e anch’egli alla ricerca della misteriosa Mila. Doppiamente misteriosa, visto che a quanto pare esiste ancora nel nostro mondo. Jaf, sia per caso che per destino, ha l’inusitato dono di riuscire a sedurre e portare a letto ogni donna che incontra. Schiavo o padrone di queste pulsioni? Non si sa bene. Fatto sta che egli ha iniziato un viaggio incredibile, che di donna in donna segue fedelmente quello compiuto da Antares quasi mille anni prima, ma con una nota fantastica in più: dopo aver fatto l’amore Jaf si addormenta sempre, e ogni volta scompare letteralmente, risvegliandosi poi nudo nella tappa successiva del suo viaggio, dove incontrerà un’altra donna e via così, sempre allo stesso modo, sempre alla ricerca di Mila, la donna miracolosa.

Due sono dunque le linee temporali attraverso le quali si muove la nostra storia, entrambi efficaci, ed entrambe narrate in maniera ottima, sia dal punto di vista del racconto che delle immagini, poetici entrambi. Punti di riferimento espliciti dell’autore: “I fiori blu” di Raymond Queneau (romanzo non-storico che ha fatto la storia, e nel quale compaiono – come in Amori di Lontano – due personaggi – uno antico e uno moderno – che si “sognano” a vicenda; romanzo intessuto di ironia, citazioni colte, linguaggi inventati, giochi di parole, riflessioni e costruzioni studiatissime) e la vita vera o presunta di Jaufré Rudel (1125- 1148), trovatore, principe e poeta, del quale ci rimangono solo SEI (o 8?) poemetti, insieme al racconto della sua vita secondo il quale egli si sarebbe innamorato della contessa di Tripoli senza averla mai vista, le avrebbe dedicato le sue poesie, e spinto da un irrefrenabile struggimento amoroso sarebbe partito con i soldati della seconda crociata pur di poterla vedere. La storia finisce poi come deve finire: il poeta è in punto di morte, e viene condotto dalla contessa. Dio gli fa la grazia di farlo ritornare vigile per qualche istante, il tempo necessario a fargli capire che la donna che ha davanti è proprio quella amata, dopodichè Rudel spira felice; mentre la contessa, così vinta e soggiogata da questo triste fatto, decide di farsi monaca.  E l’amore lontano è proprio il tema delle poche poesie rimaste a noi di questo antico personaggio, amore fortissimo e inesplicabile, che nella lontananza non muore ma invece prende la sua linfa vitale; amore dell’amore più che amore stesso.

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Mi sono dilungato troppo? Forse sì. Ma leggendo i vari articoli critici riguardo al fumetto, ho notato che queste cose non erano citate affatto, oppure riportando solamente un nome e un titolo: Queneau. Fiori Blu. Rudel. Amore. Facesse male dire due parole in più, eh?
Comunque, citando le tre fonti – quella storica e le due artistiche – abbiamo a grandi linee contenuti e stili di questo fumetto, che parla d’amore epico e cavalleresco, ma anche carnale e passionale. Parla di viaggio, di chanson de geste, di epica e di epica del quotidiano. Di ossessioni e di citazioni, di storia e fantasia, di un viaggio forse interminabile e forse condannato a non finire mai proprio per sua natura, perchè certi percorsi trovano il loro scopo nelle miglia macinate e non nel punto d’arrivo.
E per una volta, finalmente, si parla anche di SESSO, e lo si fa vedere in maniere che qualcuno definirebbe pornografiche, ma che in realtà sono un’immagine realistica e potente (anche e soprattutto grazie all’adattissimo segno!!!) di un elemento fortissimo, una grande, enorme presenza nella vita dell’uomo, ma che invece non viene quasi mai trattato, soprattutto dai fumettari, che a quanto pare del sesso o non ne parlano affatto o ne parlano in maniera puruginosa e maliziosetta da adolescenti lettori di manga.
Qui invece no. C’è sesso e ce n’è tanto. Ma non è il sesso patinato delle riviste o dei video, non è la ripetizione meccanica di gesti, bensì un realismo di obiettivi e significati che diventa parte integrante della storia, un viaggio e una ricerca che oltre che nello spazio si muovono anche nei corpi. Corpi che Jas usa forse come surrogati del suo vero amore lontano, modi per comprendere e per avvicinarsi a quel sogno che non sa se potrà mai realizzare. Corpi come ponti, ma anche come ossessione che non si riesce a placare.
Non dirò altro.

Volevo solo aggiungere poche cose riguardo al segno, cubista e deforme, e proprio per questo bellissimo. L’occhio un minimo allenato – e ahimè, più competente del mio – scorgerà nelle deformazioni portate all’estremo una potenza comunicativa enorme: di ogni corpo o oggetto ci viene riproposta non una versione iperrealistica e fredda, che qualsiasi foto avrebbe potuto offrirci allo stesso modo, bensì una visione solo apparentemente distorta, ma in realtà concentrata nell’obiettivo di comunicarci anche una sensazione; di mostrarci, di quell’oggetto, proprio quella parte deformata che serve a lasciarci il messaggio e il sentimento che quell’oggetto, quella mano, quel corpo contorto, rappresentano.
E’ una delle magie del disegno e del fumetto, che riesce a comunicare al 100% anche attraverso il distorcimento della realtà. A livello di fruizione della storia, queste vignette piatte e scombinate, sconvolte e graffiate, riescono a offrirci le stesse cose che ci avrebbe offerto un disegno realistico. Anzi, forse in questo caso ci danno molto, molto di più.
Anche in questo caso non cercherò di convincervi: o ci arrivate da voi o ci siete arrivati già. E’ come la fede, in un certo senso.

amoredilontano6-725x1024Termino dunque facendo i complimenti a Martoz e a Canicola. Autore ed editori di sicura classe e rispetto. La lettura di Amore di Lontano mi ha appassionato e coinvolto fin dalla prima pagina, ed è stato facile trovarvi dentro CONTENUTI che spesso in fumetti dal tratto altrettanto “distorto” non riesco proprio a trovare. Quel che trovo sono esercizi di stile, autoreferenzialità a pacchi, mode e filoni narrativi comuni, disegni distorti ai quali viene appiccicata sopra una trama… ma pochi contenuti veri. Qui, invece, ci sono. Buon per Martoz. Buon per noi.

Di nuovo complimenti. 


ABBIAMO PARLATO DI: “Amori di lontano“, scritto e disegnato da Martoz. Pubblicato da Canicola. 280 pagine, colore, euro 23. in vendita QUI

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