Pillola 104: “I figli della schifosa”, di Alberto Pagliaro.

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23 anni fa ero a Lucca Comics. Capitò che uno sconosciuto… ma forse no, me la ricordo male. Capitò, forse, che vedessi un mucchio di riviste che si potevano prendere gratis, e appunto me ne prendessi una copia. Si trattava del terzo numero del progetto “MAIVISTA”, un antologico di fumetti, racconti e foto al quale partecipavano – come si dice – giovani di belle speranze e qualche autore famoso. E tra un Giuseppe Palumbo, un Sauro Ciantini e un Moreno Burattini mi capitò di leggere dei fumetti scritti e disegnati DAVVERO da autori di belle, bellissime speranze; storie malinconiche e appassionate, scritte in modo ricercato o poetico, spesso più simili a canzoni che a racconti, e che evitavano i luoghi comuni del fumetto da “edicola” per parlare di tutt’altro. Di amori, di emozioni, di sentimenti.
Gli autori? Cosimo Lorenzo Pancini, Lucia Mattioli, Francesco Ciampi, Maurizio Ribichini e tutti gli scrittori dei vari racconti. E… Alberto Pagliaro, ovviamente.

La rivista mi colpì molto. Come ho detto parliamo di 23 anni fa, il 1994; e in quegli anni io ero al mio quinto anno di lettore di fumetti. Fosse capitata prima, quella rivista, o fosse capitata a un’altra persona, forse l’avrebbe lasciata al suo posto senza neppure guardarla. O anche se l’avesse presa, e letta, magari non l’avrebbe neppure finita. Invece capitò che mi piacesse, e molto. Intanto perché aveva una sua precisa identità che trapelava da ogni pagina, anche dalla stessa impaginazione, dai colori e dai font usati per la grafica. E poi per le storie, che avevano quel po’ di artistico e quel po’ di sentimentale, di emozionale, che rappresentava davvero un merito.

Si ha, spesso, soprattutto oggi, l’impressione che certe antologie nascano per mettere insieme qualcosa senza faticare troppo, perché unire più storie è certamente meno complicato che farne una lunga, e soprattutto in questi tempi di magra usare più “lavoratori” può servire a ridurre i tempi e a rendere meno gravoso un lavoro che se fatto da pochissimi sarebbe quasi impossibile (soprattutto se gratis). Quello che salta fuori da tutto ciò, però, il rovescio della medaglia, è che spesso quelle antologie sono costruite sul nulla, piene di artisti troppo diversi gli uni dagli altri, prive di messaggio e di contenuti, tanti pezzetti uniti insieme a volte con lo sputo, ma che non riescono a dare nessuna immagine unitaria. Invece la MAIVISTA mi sembrò che uno scopo, un messaggio, ce li avesse eccome. E la portai a casa, la lessi, la rilessi, la studiai, posso dire che me ne innamorai.
Ricordo ancora oggi con grandissimo piacere una storia che pareva una poesia, il racconto di un ragazzo che davanti a una diga enorme – una diga reale e metaforica, forse – scrive una lettera a una fidanzata lontano. Quante volte ho riletto quella storia dallo stile così perfetto, evocativo e potente! E quante cose mi pareva ci fossero da imparare da quei racconti!
In mezzo a tutti quei bravi artisti, come ho detto prima, c’era anche Alberto Pagliaro, l’autore del fumetto di cui parliamo oggi; e questa citazione ha un suo epilogo, che scoprirete alla fine della recensione. Se avrete la bontà di leggerla tutta, ovviamente.

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I Figli della Schifosa, uscito in prima battuta una pagina alla volta sulla rivista Vernacoliere, è – molto semplicemente – una raccolta di storie monopagina dedicate alla figura dei partigiani, e di tutti gli eroi “popolani” che verso la fine della guerra solcarono le nostre montagne, gli appennini i paesini e le città. Eroi, come giustamente dice la prefazione, che più popolari di così non si può, persone comuni, niente affatto figure epiche, ma personaggi piccolissimi e di scarso peso se presi singolarmente, alcuni buoni e alcuni cattivi come siamo un po’ tutti, votati al sacrificio o alla fuga, spesso colti dall’autore in momenti di “pausa” nella loro guerra personale, o quando ormai le battaglie sono state combattute, e nel bene e nel male bisogna convivere con le cicatrici.
Storie “piccole”, quindi, storie laterali. Mai una battaglia, niente sparatorie, niente esplosioni immani (a parte una). E invece la vita, tanta, in tutte le sue forme.

Se ci si pensa, è peculiare il fatto che queste storie spesso ironiche ma molto più spesso tristi o crude o spiazzanti, siano uscite su una rivista come il Vernacoliere, da decenni apripista di una satira “gretta” e “popolana” a basi di tope, cazzinculo e altre toscanità. Ma “peculiare”, appunto, perché non sono qui a dire che è strano che I Figli della Schifosa ( da qui FS) sia uscito su una rivista così “volgare e brutta”, bensì che è ragione di merito, e molto significativo riguardo la bellezza e la serietà di questo “giornaletto” a base di cazzate, se proprio le sue pagine hanno accolto tali storie. Insomma, una rivista DAVVERO trucida e grezza non lo avrebbe fatto, no? Non avrebbe avuto alcun interesse a storie così, ma si sarebbe accontentata di rimestare nel torbido, nel cercare di far ridere con rutti e stronzi, senza alcuna pretesa.
Ma siccome il Vernacoliere, oltre le apparenze, è MOLTO di più, un giornale che porta avanti una satira “regionale” dalle nobili origini, e quindi è essa stessa nobile… ecco che FS lo ospita e ben volentieri, e anzi lo raccoglie poi in un piccolo volumetto che è quello che mi sono comprato io a Lucca.

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Pagliaro è un professionista vero, e forse anche di più. Sottoesposto rispetto a quanto meriterebbe, un genio del disegno dalla grandissima personalità. Uno che gli editori “seri” dovrebbero contendersi, che dovrebbero lottare per pubblicare, e che invece guarda un po’ sento nominare di rado. Recentemente ha fatto un Color Fest di Dylan Dog, che per un autore di questi tempi è un po’ come trasformarsi in Fellini che gira una pubblicità degli assorbenti, e infatti ecco che una parte del pubblico è insorto perché “i disegni erano brutti” e “dylan non assomigliava a Dylan”. Ma va beh, si passa oltre, disegnare certe storie – nel rispetto del personaggio e del suo creatore – è sempre bellissimo, e non bisogna pensare a altro.
FS è un ottimo fumetto, per varie ragioni che vanno dal contenuto all’umorismo allo stile al disegno, ma di lui consiglierei qualsiasi cosa, perché davvero – davvero – merita di essere conosciuto. Lo paragonerei, per certi vezzi stilistici attuali, a un Cyril Pedrosa italiano. Solo che Pedrosa all’estero gli fanno volumoni cartonati che levati, e la Bao poi li traduce, mentre un Pagliaro ti esce in edicola come se fosse niente. E sapete che? A me Pedrosa un po’ mi ha stufato, mentre un bel Pagliaro gigante io me lo leggerei eccome.
Ma andiamo avanti, che la recensione sta perdendo la rotta.

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FS, allora, parla di gente comune. Uomini e donne che combattono un po’ per fede e un po’ per destino, che non si sentono eroici ma hanno paura, che pensano alla topa e sparano cazzate per sentirsi vivi, che a volte vincono e a volte perdono, e perdono molto. Ci sono anche bambini, che ovviamente impongono il loro punto di vista “laterale” sull’intera faccenda. E ci sono alcune storie che parlano delle “deviazioni” dell’eroismo, della sua parte scura e sbagliata, perché si può essere eroi in tanti modi diversi, anche sbagliati.
E infine viene raccontato quella che io amo chiamare “la banalità del bene”, che è l’esatto opposto di quella EPICITA’ che spesso vedo spacciata da autori in cerca di pubblico facile, o da persone che sanno raccontare ma vedono tutto con infantile grandeur, convinti che tutto sia sempre epicissimo ed eccezionale, che ogni avventura sia una INCREDIBILE avventura, e che per meno non bisogna neppure scomodarsi. (E poi, tra parentesi, che succede? Che la gente si convince che la vita sia fatta così, che se una cosa non è epica tutti i giorni e tutto il giorno non vale niente, e preferiscono farsi prendere a cazzotti dall’uomo sbagliato piuttosto che sedersi sul divano con l’uomo giusto a guardare il telegiornale. Ma questa è tutta un’altra storia.)
Io, che il bene un po’ lo conosco, sono di tutt’altro parere, credo che il bene non sia lontano e inarrivabile, cosa da eroi potentissimi; ma sia invece qualcosa che si fa con disinvoltura e tranquillità, senza sudarci troppo, senza pretendere niente, senza essere MACISTE. Il bene è un favore che si fa a un’altra persona perché sì, perché è la cosa più giusta da fare in quel momento e in quel contesto, e poi ci si rimette il cappello e si torna a casa, e fine. E in FS è proprio questa modestia del bene che appare, e che credo sia un’ulteriore lezione che questo fumetto ci offre. Gli eroi restano eroi anche se stendono il bucato, o se toccano le tette alla loro morosa.

Inutile che ora io vi raccomandi la lettura di FS e degli altri lavori di Pagliaro. Se ne ho scritto qui è perché credo che se lo meritino, quindi è ovvio che ve li consiglio. Ma voi oh, fare come vi pare, non vorrei forzarvi ad alzare il naso dall’uomo ragno, eh! Posso solo dirvi che FS e il suo autore meritano, poi fate voi.
E fine.

E anzi no, niente fine, perché prima c’è l’epilogo. Come è andata con la MAIVISTA? Niente, è andata che me la sono conservata per tutti questi 23 anni – mentre altre cose le ho date via, vendute e regalate. Alcune cose che ho dato via? Tutti i Dylan Dog sopra il numero 100. Tutti i Nathan Never, Martin Mystere, Uomo Ragno, manga a carrettate (Anche tutto Ken della Granata, e lì un po’ mi pento! Che idea mi avrà preso?), i fumetti dell’Image, Lazarus Ledd, e chissà quanta altra roba.
E MAIVISTA no, è rimasta lì, e adesso me la sono tirata fuori dallo scaffale e ce l’ho qui mentre scrivo, e devo ammettere che a distanza di 23 anni non ha perso vigore, è ancora bellissima, le storie a fumetti sono ancora stupende, e quella della diga soprattutto… wow.
Ed è finita che alla fine ho deciso che la MAIVISTA si meritava di avere un autografo, e che almeno qualcuno degli autori meritava di sapere che quel loro piccolo, lontanissimo lavoro aveva avuto un senso, aveva lasciato un segno, anche se piccolissimo. Così me la sono portata a Lucca per due anni di seguito, fino a che non sono riuscito a incontrare proprio il Mastro Pagliaro della PREMIATA OFFICINA PAGLIARO, e ho potuto farmela autografare.
E qui termina la nostra avventura.
A me sembra che sia un lieto fine.

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