Pillola 105 : “I gatti di Riga”, di Marco Nizzoli

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Mi rendo conto oggi più che mai che sono arrivato a quella zona della mia vita (fumettistica ma anche anagrafica, visto che le due cose sono inestricabilmente legate) che si può definire del “mi ricordo quando X faceva”, e che si caratterizza da acquisti, e piaceri, che oltre a essere legati al presente lo sono anche al passato. Capita così che – mentre il giovane lettore è tutto proiettato al futuro, e rincorre sempre l’opera SUCCESSIVA dei nuovi, altrettanto giovani autori che gli capita di scoprire – alcuni miei acquisti siano fatti, e apprezzati, e goduti, anche e forse soprattutto sulla scia di un passato pieno di ricordi piacevoli.
Il giovane lettore, sospeso nel suo eterno presente, compra il nuovo Sio e aspetta con ansia il successivo, scopre i gemelli Rincione e inizia a seguirli ora che stanno proponendo sempre nuove e interessanti opere, oppure butta un occhio sulle tavole nerissime di un Arturo Lauria e se ne innamora. Sa che OGGI è uscita un’opera fichissima che si può comprare al volo e leggere subito, e che a questa ne seguiranno altre, e altre ancora, e poi ancora altre, e via così. Io, invece, visto che me lo sono guadagnato con gli anni, posso andare a Lucca, avvicinarmi a un autore, sgranare gli occhi affascinato e permettermi di dire “wow! Maestro! La seguo da vent’anni! Ricordo quando faceva XX, o YY: quant’erano belli! Li compravo sempre!”
Roba da poco, direte voi. Eppure è un qualcosa di fortemente caratterizzante, qualcosa che ci indica a quale punto della nostra esistenza siamo arrivati, e ci spinge a guardare più indietro che in avanti.
Questo è anche – tra parentesi – il motivo per il quale molti “vecchi” lettori snobbano, criticano e anche odiano fortemente tutti gli autori nuovi: perché a furia di guardare indietro con l’occhio nostalgico, la lacrima sul ciglio e il labbro tremulo, si sono ormai dimenticati di guardare avanti, e sono tutti persi nella visione nostalgica del loro passato; ma questo “ricordo quando faceva” è anche il motivo per il quale un lettore come me, mentre tutti corrono a fare le mega file per vedere la rockstar del momento, si ferma in un piccolo stand, trova un fumetto di un autore che seguiva/segue da tempo e al quale è affezionato, e gli pare di aver trovato un tesoro.
Comunque tranquilli: è una ruota che gira. Tra vent’anni o giù di lì toccherà anche a voi.

Questa lunga introduzione per dire cosa? Niente, solo questo: che trovandomi a Lucca 2016 mi è capitato di trovare ad uno stand Marco Nizzoli che autografava la sua Graphic Novel “I gatti di Riga”, e me ne sono comprato subito una copia mentre, con voce entusiasta e memoria barcollante, iniziavo a dire quanto ero contento di poter incontrare un autore di fumetti che seguo da almeno 25 anni e che ho sempre apprezzato, citando nel frattempo le opere che mi avevano colpito a quei tempi. Nel caso di Nizzoli, storie come la Fondazione Babele, o i suoi episodi di ESP, gran bel fumetto, originale e nuovissimo, purtroppo chiuso troppo in fretta.
Immagino di essere stato anche troppo entusiasta, una specie di Paolo Limiti del fumetto, tanto che il maestro Nizzoli ha incassato i complimenti esagerati con molta tranquillità e un pizzico di ironia. Io stesso, pensandoci in seguito, mi sono sentito davvero come Paolo Limiti; e forse non proprio a ragione, in quanto Nizzoli – a prescindere dalla verità e della sincerità dei miei ricordi – è comunque un autore ancora in piena attività, tutt’altro che “superato” o “vecchio”. Tanto per dirne una, o due, oltre che lavorare per la Francia sta disegnando Dylan Dog, il che è tutto dire.
Comunque eccoci, l’introduzione finisce qui. Era solo per contestualizzare la recensione e il mio punto di vista di lettore. Del resto, dato che L110P si sta avvicinando alla sua conclusione, è logico e umano aspettarsi una “evoluzione” delle recensioni e del materiale prescelto. Non si può rimanere giovani per sempre, e negare il passaggio del tempo e l’importanza di esso per chi come me lo ha vissuto, sarebbe stupido. Così come prima ho gettato un occhio “in avanti”, adesso dunque mi permetto di gettarlo anche “indietro”, su autori che non sono esordienti, non sono belle speranze o meteore di un mondo-fumetto del futuro, ma invece Maestri affermati, professionisti veri, e prima di tutto gente che ha saputo emozionarci 5, 10, 20, 30 anni fa. In fondo, sono proprio loro la ragione per cui siamo qui ora. Se avessero fatto storie brutte, a quest’ora non saremmo qui a scrivere.
Comunque: I gatti di Riga.

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La storia è quella che una testa distratta potrebbe definire “semplice”: un ragazzo italiano si trasferisce a Riga, capitale della Lettonia; si innamora della città e gli pare di aver trovato il paradiso. La città lo affascina e lo fa sentire a casa, e in più ecco che il nostro eroe conosce una ragazza giovane e bella, eterea suonatrice di flauto, giovane e sfuggente, bella e seducente, e se ne innamora, ricambiato.
Il paradiso? Parrebbe di sì. Ma come molti paradisi anche questo è destinato a durare poco, e non sarebbe neppure uno spoiler se vi dicessi come la storia va a finire. Potete immaginarlo.
Il tutto, disegnato con lo stile elegante e raffinato al quale Nizzoli ci ha sempre abituati, ma che qui è ancora più bello del solito. Sarà che l’opera è “sua” in tutto e per tutto. Sarà per la presenza della città di Riga, vero e proprio personaggio oltre a quelli umani, e sarà anche per il fatto che l’autore ha deciso di non ripassare a china i disegni, lasciando a far da padrone delle morbide matite e dei toni di grigio davvero raffinati e perfetti. Sia come sia, quel che ne esce fuori è un lavoro che rispecchia al 100% la personalità del suo autore, e che convince sia a livello di stile che di racconto.
Non a tutti, a quanto pare, la storia ha convinto. Alcuni recensori hanno storto il naso, considerandola “banale” e il finale “troppo aperto”. Io, modestamente, sono del parere opposto. Sia per quel che riguarda la storia, che credo sia perfetta esattamente così… e sia riguardo il finale: il fumetto finisce proprio nel modo in cui è “giusto” finisca. Quello che bisognava dire è stato detto, quello che andava capito è stato capito, le personalità dei suoi “eroi” sono state ben raccontate… se qualcuno non ci è arrivato, vuol dire solo che non ci ha riflettuto abbastanza.
Che poi, in verità, c’è poco da riflettere: lui ama lei, ma lei non è una persona che si possa “amare”. Non è una ragazza facile, addomesticabile; e in questo senso il parallelismo tra lei e i gatti secondo me è azzeccato: lei e loro vanno dove vogliono, fanno ciò che vogliono, si fanno incuriosire dalla prima cosa che passa loro sotto mano, si buttano a capofitto in un’avventura senza pensare alle conseguenze, si infilano in strade senza uscita perché non riflettono sulle cose. E’ giusto? Sbagliato? No: semplicemente è la loro natura. E in questo senso acquista tutta un’altra valenza il personaggio del ragazzo italiano, che ha tante buone intenzioni, anche troppe, e che senza rendersene neppure conto tenta di imbrigliare la fidanzata in una storia che FORSE è quella giusta, in un amore che FORSE è l’unico che può andare bene, ma che lei non riesce proprio ad accettare perché non corrisponde alla sua natura, e che dunque non è, FORSE, quello più giusto.

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White Cover personalizzabili, per i collezionisti tra voi.

Il confine tra il giusto e lo sbagliato, tra il modo di essere e di pensare dei due personaggi, è forse l’elemento più importante di tutto il fumetto, quello che più convince e che fa riflettere. In un “normale” fumetto d’amore i due si corteggerebbero, magari si odierebbero, ma dopo tante peripezie finirebbero l’uno nelle braccia dell’altro, redenti dall’amore o convinti dal suo potere salvifico. Qui invece le cose sono molto più complicate, e non esiste un lieto fine. Anzi, questo “salvifico potere” forse non esiste neppure, e il nostro protagonista è un noioso rompiscatole, un esagerato, una persona dalle pretese troppo elevate che vuole mettere il becco lì dove non dovrebbe, vuole IMPORRE la sua visione del mondo a chi ne farebbe volentieri a meno.
Questo significa che la ragazza è automaticamente la migliore dei due? Quella che ha capito tutto della vita? La libera, indipendente giovane da imitare? Ebbene no, non credo, dato che la sua alternativa è per molti versi peggiore di quella offerta dal ragazzo, è un vagare in situazioni forse eccitanti all’inizio, ma che a lungo andare mostrano la corda, si rivelano inutili e controproducenti, perdite di tempo senza futuro.
Se questo secondo voi rende la storia “banale”, allora non leggetela. Ma a mio parere qui stiamo trattando argomenti non scontati, e in maniera niente affatto retorica. Più retorici, casomai, saranno i film che ho citato prima, e ai quali una bella fetta di pubblico deve evidentemente essersi assuefatta.
Aggiungo anche che ritengo necessario che sia SEMPRE presente qualcuno che racconti queste storie “semplici”, vicine a noi, piuttosto che quelle eccessivamente cervellotiche, “originali” (parola inesistente e sopravvalutata) e forzatamente moderne. Ritornare alle radici del racconto, parlare di quello che ci sta accanto, di temi comuni, non è per forza un difetto; anzi in molti casi un conoscere DAVVERO la vita, per averla vissuta, e non per “sentito dire” o ritenersi in grado di capirla solo perché si sono viste qualche decina di serie TV (che molti scambiano per la vita vera, tutta “thrilling” e colpi di scena, e per colpa delle quali pretendono di vivere storie d’amore “sofferte”, da romanzo, risultando incapaci di riconoscere quelle”buone” e anzi allontanandosene non appena diventano un filo “routine”.)

Va bene, sarò breve: I Gatti di Riga, PRIMA GRAPHIC NOVEL di Nizzoli, è un fumetto che si fa amare, conciso e deciso, realizzato ottimamente, che si lascia leggere e rileggere e sfogliare. E’ un prodotto che si vede fatto con passione dal suo autore, e che va preso come un dono. Nizzoli è in quella fase in cui non ha più niente da dimostrare ai suoi lettori, i quali a loro volta dovrebbero prendere le sue storie proprio seguendo questo punto di vista: non come tentativi di esprimere un genio tutto da dimostrare, non come tappe di una scalata verso il successo, bensì come racconti che piovono dall’alto di quello stesso successo, o meglio da quella maturità che dovrebbe consentire a un fumettista di sentirsi libero dal bisogno di approvazione, libero dal dover “dimostrare” alcunché, e invece pronto a dare quello che i tanti anni di carriera gli hanno concesso di poter esprimere.

E’ una differenza forse sottile, ma significativa. Prendiamo un Alan Moore: ha necessità di dover essere sempre all’altezza dei suoi successi? Ogni sua storia deve essere considerata come fosse la prima, o peggio come se dovesse essere più bella e più originale di quella che l’ha preceduta? Secondo molti sì, secondo me no.
Moore, e quelli come lui, ad esempio uno Sclavi, o un Nizzoli, non han bisogno di dimostrarci niente, non hanno alcun bisogno di superarsi. Ciò che li ha resi grandi artisti lo hanno già dato, e sono opere immutabili che il tempo non potrà scalfire. Tutto il resto, è un cortese omaggio che ci fanno, e del quale dobbiamo essere per prima cosa contenti. A prescindere da tutto, e anche se la storia (legittimo!) non ci è piaciuta.

Amen.

Andate in pace.

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