Pillola 107: “Quaderni giapponesi”, di Igort

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Parlare di un autore come Igort è tanto difficile quanto necessario. Difficile perchè? Perché è come tentare di accostarsi a un “mostro sacro”, a una persona che ha dato così tanto, e ha fatto così tanto, e ha raggiunto così tanto in questi suoi trent’anni di carriera, che si rischia di dire tutto e di dire niente, di tralasciare particolari importanti nel tentativo di essere brevi, e comunque è scontato che non si riuscirà a essere esaustivi. E’ come mettersi qui e scrivere “Ah, Fellini, era un regista, ha fatto un sacco di film, ha vinto dei premi, alcuni titoli sono…”. Sempre di descrivere il salumiere sotto casa, o comunque qualcuno di poca importanza, e non è questo il caso.
Vogliamo allora tentare di scrivere “genio” o “maestro”? Sono anche queste parole senza importanza, ormai, abusate e inflazionate da un mondo in cui è genio anche lo Youtuber che ti fa ridere mentre gioca on line a qualche videogame. Quindi meglio lasciar perdere.
Allora mi limiterò a dire che Igort ha lavorato tanto, ha lavorato con tutti, ha girato il mondo tentando di DIRE qualcosa su di esso e su di sé, che ha portato avanti la sua personalissima cifra stilistica fin da subito, rinunciando alle tentazioni del “seriale”, non abbassandosi si può dire, e che è riuscito a imporre la presenza delle sue opere anche fuori dall’italia. Anche in Giappone, tanto per dirne una. E capirete che è tutt’altro che facile. (O forse è solo perchè nessuno ci prova?)
E “necessario” perchè? Per gli stessi motivi detti qui sopra: perchè non si può, quando si ha a che fare con personaggi così importanti, far finta di nulla e non dire niente su di loro. Non dire del gruppo Valvoline, della Granata Press, della Kodansha, dei premi, della fondazione della Coconino Press, editore d’autore che ha rappresentato un vero dono ai lettori.
Ma va beh: facciamo che vi linko la sua pagina di Wikipedia – che dice tutto e non dice niente -, il suo SITO UFFICIALE, che è un pò casa sua, e una sua intervista, che spiega moltissimo. E riteniamoci soddisfatti così.

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Come forse avrete capito dalla copertina, parleremo di Quaderni Giapponesi, fumetto autobiografico che ci racconta – per impressioni,  direi io – il periodo di tempo che Igort passò in Giappone, nel periodo in cui pubblicava i suoi fumetti con Kodansha, da europeo che per la prima volta riesce a raggiungere un paese che ha sempre sognato, che lo ha sempre affascinato, e che per lui rappresenta un sogno da poter vivere dall’interno, finalmente. E’ un pò ciò che accade oggi a tanti giovani appassionatissimi di manga e anime, al punto di considerare “sacro” e “divino” il Giappone, perchè da esso (musica epica) provengono tutte quelle incredibili e perfettissime storie che tanto li appassionano e che sono l’UNICO fumetto e cartone animato DEGNO di quel nome.
Eh, più o meno… Fermo restando la fascinazione per il Sol Levante, direi che c’è una LEGGERISSIMA differenza tra le passioni spesso basate su stereotipi dei giovani “mangofili” – o “Giappominkia” come li chiama qualcuno – e un artista della sensibilità e talento di Igort, che parte forse dallo stesso punto, ma arriva a tutt’altro. Ed è normale, eh! I cani sono cani, i gatti gatti; i giovani giovani, gli artisti artisti.

Igort dunque parte, e si ferma in Giappone per alcuni mesi, durante i quali la sua vita, quella esteriore, ma anche e forse soprattutto quella interiore, inizia a cambiare e modificarsi. I ritmi, gli spazi, i luoghi, gli incontri, il dover vivere in un piccolissimo appartamento, l’avere a disposizione ciò che aveva visto sempre e solo da lontano, le possibilità di vivere la propria vita in un modo diverso, in completa libertà, padrone delle proprie ore, hanno un impatto -e non poteva essere altrimenti – e Quaderni Giapponesi, prima ancora di essere un diario o un fedele racconto, è proprio il resoconto di tale impatto e delle sue conseguenze incancellabili. Conseguenze che proseguono ancora oggi, dato che questo fumetto è uscito da poco; e qui è lecita una domanda: quale Igort è che scrive questo racconto, quello che visse in quei luoghi o quello che ricorda di aver vissuto? Il Giappone che ci viene restituito in queste pagine è quello “reale” (per quanto può essere reale l’esperienza filtrata da una persona) o quello trasfigurato dai ricordi, forse dalla nostalgia, e forse dalla maggiore consapevolezza della mente di chi scrive, che rilegge la sua vita con in mezzo vent’anni di distanza?

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Ciò che traspare da tutto ciò, comunque, non è solo il racconto del viaggio, ma piuttosto un resoconto non lineare e non perfetto, che mi pare si accordi perfettamente (in questo caso) alla… possiamo dire “filosofia”?… filosofia giapponese. Lungi dall’essere una lista di eventi, una successione precisa di azione e reazione, di premesse e conseguenze di tali premesse, un percorso logico e temporalmente accurato, Quaderni Giapponesi è un racconto frammentario e volutamente incompleto, nel quale sono più le emozioni a contare, le sensazioni, rispetto ai fatti puri e semplici. Il protagonista è al centro, ma nello stesso tempo è quasi sempre distante, più spesso usato come filtro necessario e sufficiente a raccontare le impressioni che Tokyo ha lasciato su di lui piuttosto che l’opposto. E una trama vera e propria non c’è. Della storia, appunto, abbiamo le premesse, e di tanto in tanto qualche pagina ce ne racconta gli sviluppi, ma sono molte le domande che rimangono senza risposta. Pure, di quelle risposte non sentiamo la mancanza, perchè possiamo comprendere come non fossero quelle il centro del racconto; e anche perchè in sintonia con il luogo narrato, non possiamo credere che quelle risposte esistano. La perfezione, come dice il fumetto stesso per bocca di Hokusai, non si ottiene mai, o perlomeno non in questa vita. Si lotta per ottenerla, questo sì… ma “perfezione” non è la parola giusta: diciamo piuttosto una COMPRENSIONE delle cose… ma si riesce a intravederla, a coglierne dei barlumi, solo quando si è anziani. La comprensione è sempre di un passo avanti a noi, come forse è giusto che sia, ed è quindi inarrivabile perchè è fatta di infiniti strati, e ogni passo avanti che noi compiamo è semplicemente sollevare uno di tali strati per passare al successivo, e al successivo, e al successivo, e al successivo ancora, senza mai poter arrivare a un termine… che di fatto non c’è.

Dunque con lo stesso spirito possiamo leggere questa storia, e con lo stesso spirito io credo che il suo autore ce l’abbia raccontata. Cercando di darci li “impressione” del Giappone – o perlomeno del SUO Giappone – e di ciò che la permanenza lì gli ha lasciato. Il resto, le trame, gli sviluppi, sono elementi per un altro racconto, sono parti di un libro mastro che si potrebbe riempire da capo a piedi di numeri e scontrini e calcoli accurati (e molti fumetti lo sono, proprio un libro mastro scritto da un ragioniere dell’avventuroso) ma che una volta letto ci darebbe la stessa impressione di aver letto il verbale di una riunione di condominio scritto in modo particolarmente scorrevole.
Capite, qui invece siamo all’estremo opposto, e forse ci stupiamo nel vedere che la storia rimane ugualmente godibile, anzi forse di più, anzi certamente di più, e capace di lasciare un segno anche su di noi, di spingerci a riflettere e a trarre conclusioni, elevarci forse, e farci riflettere.
Ah: tanto per rendere più facile il percorso ai lettori indecisi, aggiungo che in questa storia non ci sono pistole, nessuno spara, nessuno muore, non ci sono mostri o astronavi o supereroi. Nemmeno donne nude, aggiungo.
Solo un fumettista, un popolo, e un mondo, con rispetto offerti alla nostra vista.

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Giudicare Quaderni Giapponesi è ridicolo. Prima di tutto perchè non si può “giudicare” il racconto di una vita come se fosse un film. La vita è quella, il racconto è quello, non si può che prenderne atto. Secondo perchè opere di grande personalità come queste rischiano di essere migliori dei propri lettori, che potrebbero cadere nel rischio di male interpretarle, di giudicarle male o con sufficienza, o di snobbarle a priori perchè ritenute poco interessanti o troppo “artistiche”. Sono lavori che non sono rivolti a un lettore di quelli “sui generis”, e forse al lettore non sono rivolte affatto. In casi come questi il lettore non è il destinatario del lavoro quanto piuttosto un suo testimone, proprio come quando salendo in treno ci capita di ascoltare la conversazione dei nostri compagni di viaggio. Cosa facciamo, quando hanno finito di parlare ci lamentiamo con loro perché non abbiamo capito tutto, o perchè secondo noi non hanno raccontato gli affari loro nel modo giusto? Ebbene no, anzi ci mettiamo in disparte per non dare l’impressione di impicciarci, e se per caso – come in questo caso – veniamo inclusi nella conversazione cerchiamo di comportarci bene, rispettando ciò che ci viene riferito, al massimo dando un parere ma senza interferire.

Bene, la metafora è un po’ mal fatta, ma il succo è questo: Quaderni Giapponesi non è un racconto che Igort fa a noi, ma a se stesso, usando noi come testimoni, come pretesto per raccontare e mettere su carta le sue idee e impressioni e ricordi. Proprio così come quando si racconta un’idea a un amico perchè raccontandola ci pare di capirla meglio. E noi, in quanto amici, rispettosamente ringraziamo dell’occasione. 

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