Pillola 109: “Un posto dove vivere”, di Midori Yamane

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L’ultima volta che li ho visti (virtualmente) – cioè quando li ho recensiti proprio su queste pagine – i ragazzi della UPPER COMICS erano impegnati in un crowdfunding che nelle loro intenzioni avrebbe dovuto finanziare la nascita della loro piccola casa editrice specializzata in “manga italiani” (o come diavolo volete chiamarli). Purtroppo il crowd non è andato a buon fine, ma nonostante tutto i lavori sono proseguiti lo stesso. La UPPER ha iniziato a pubblicare, dando alle stampe i primi volumi dei suoi fumetti, che a quanto so verranno presto distribuiti anche nelle fumetterie. Ottimo, direi. Davvero inaspettato.

Ho avuto modo di incontrare la redazione di UPPER nientemeno che a Lucca Comics, all’interno del loro stand; ed è stato proprio lì che ho scoperto l’esistenza di un fumetto pubblicato da loro e che proprio non mi aspettavo di vedere, che mi ha colpito subito per la sua particolarità e la sua “grazia” (nonchè per la bella confezione, davvero molto curata!), e che devo ammettere è stata una delle sorprese più inaspettate della nuova edizione della fiera del fumetto. Uno di quei lavori dei quali non sospetti nemmeno la presenza, ma che come lo vedi ti incuriosisce subito, e ti sembra davvero di qualità.
Sto parlando di Un posto dove vivere di Midori Yamane, fumettista e redattrice giapponese da lungo tempo trasferitasi in Italia (dal 1978 per la precisione), dove insegna alla Scuola Internazionale di Comics, e che in questa occasione ha voluto tornare al suo “primo mestiere” regalandoci un prezioso volumetto nel quale, con tratto e stile semplici e diretti, ci racconta brevi flash della sua infanzia giapponese, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.

Il volume, come detto, ha subito il pregio di presentarsi davvero bene. E’ bella la confezione, semplice ed elegante, con tanto di copertina cartonata. E’ bello il formato, piccolo ma non troppo, adatto al tipo di lavoro. E’ bello l’uso del color bianco, che conferisce – a mio parere – serietà e dignità al fumetto, e che in fondo è forse il “colore non-colore” più importante tra quelli usati dai fumettisti giapponesi, da sempre impegnati a lavorare in un modo che io definisco “per sottrazione”. E’ uno stile proprio del paese? Deriva dalla necessità di rispettare le dure scadenze? Fatto sta che pochissimi, quasi nessuno tra gli artisti del mondo sono capaci di adoperare il BIANCO come se fosse un colore vero e proprio, lasciando che riempia gli spazi tra le linee; pochissimi sono in grado di rendere decorativo ciò che qualcuno potrebbe interpretare invece come un “vuoto”, un “non finito”.
Ma bellissima anche la presenza di testi, approfondimenti e fotografie, che è una cosa che vedo fare molto di rado nei fumetti di oggi. Non sono pochi gli autori – o gli editori – che si limitano a pubblicare i fumetti “nudi e crudi”, così come sono, limitandosi alle pagine della storia, senza una nota, una presentazione, una prefazione, nulla di nulla. In questo caso, invece, oltre ad almeno tre presentazioni che ci aiutano subito a capire in che contesto ci stiamo muovendo e chi abbiamo di fronte, il volume contiene anche un ricco apparato di note e foto fornite direttamente dall’autrice, divise seguendo lo scorrere dei capitoli, e che ci aiutano a entrare meglio e a meglio comprendere il mondo peraltro già familiare che lei rievoca nei suoi brevi racconti. Un piccolo aneddoto ci parla della sua casa? Midori aggiunge foto, mappe e spiegazioni, per farci capire meglio quello che – essendo noi italiani – potremmo non sapere o non capire.
In questo modo il buon risultato è doppio: da una parte non si appesantisce la storia con ingombranti spiegoni, e dall’altra si aiuta il lettore sprovveduto a orientarsi meglio tra gli usi e i costumi di un paese lontano.

ATTENZIONE: è questa una tecnica perfetta che tutti possono usare? Assolutamente no, anzi in generale io ammonisco sempre gli autori riguardo la loro usanza di accompagnare  con note a margine le pagine o vignette da loro pubblicate in rete. Un fumetto, di regola, dovrebbe riuscire a reggersi da solo, senza bisogno di note; e ogni elemento utile alla comprensione della storia dovrebbe essere contenuto nella storia stessa.
E se per caso un lettore non leggesse le note a margine? E se quella striscia/pagina fosse pubblicata in un volume dove non si prevede la presenza di tante piccole notarelle? A perderci sarebbe l’autore, che perderebbe una “stampella” rischiando di non essere comprensibile. Quindi attenzione!
In questo caso, però, il problema si pone poco, o affatto. Prima di tutto perchè le storie sono perfettamente comprensibili per come sono scritte (di certo conoscere un minimo il Giappone aiuta, ma chi non lo conosce almeno un pò al giorno d’oggi? E di certo i lettori di fumetti sono molto informati al riguardo!), e dunque le note servono NON a sostituire informazioni non dette MA a integrare quelle che ci sono già; e poi perchè essendo questo un fumetto che descrive un paese molto lontano dal nostro, citandone usanze e feste e modi di vita che noi non conosciamo, avere una nota esplicativa serve di certo a rendere più ricco il lavoro.
Ma andiamo avanti.

Riguardo il contenuto delle storie, c’è davvero poco da dire. Perchè sono brutte? Tutt’altro: perchè essendo stralci di vita di una persona, raccontati da lei stessa, credo proprio sarebbe inutile pretendere di dirle come o cosa avrebbe dovuto raccontare. Capite? Non siamo di fronte a un racconto di fantascienza con le astronavi su Plutone e gli alieni con 5 gambe… quello che leggiamo in questo volume sono piccole avventure, ricordi, che ci vengono presentati con semplicità, schiettezza e un pò di poesia – forse malinconia, ma mai rimpianto. Ecco dunque che in questo caso il recensore dovrebbe farsi da parte, e semplicemente accettare il “dono” che viene offerto ai lettori.
Riguardo il “cosa“, non si può intervenire: bisogna forse andare da una persona a dirle cosa deve o non deve raccontare della sua vita? E riguardo il “come“, non ci sono davvero appunti da fare, perchè i brevi racconti disegnati sono efficaci e puntuali, compiuti e interessanti, capaci di dire tanto in poche pagine, con dei contenuti e spunti di riflessioni di pregio, e soprattutto pieni di quello spirito che tutti abbiamo dentro di noi quando rievochiamo la nostra fanciullezza. Per cui, davanti a essi non possiamo non provare empatia, e riconoscere un pò di noi stessi.

Ci sono, tanto per dire, da qualche parte degli errori o delle incespicature nel linguaggio. In qualsiasi altro fumetto avremmo forse gridato allo scandalo, ma in questo caso anch’essi fanno parte dell’opera, rendono – a mio parere – il lavoro ancora più vero, e non vanno certo intesi come semplici errori d’ortografia o di grammatica. Anzi: io avrei portato alle estreme conseguenze questa “unicità” e questa “personalità” del volume scegliendo un lettering “fatto a mano”, e non quello fatto al computer che invece è stato usato.
Fosse stato anche impreciso, il lettering “reale” credo avrebbe dato ancora maggiore personalità al lavoro, lo avrebbe reso più “umano”. Avete presente Gipi e il suo lettering tutto storto e bruttarello? Solo uno sciocco direbbe che i suoi fumetti sono scritti male: i testi scritti da lui, in quel modo goffo e nervoso, sono elemento caratterizzante tanto quanto i disegni o i colori. Ecco, dunque: per rendere “Un posto dove vivere” davvero un fumetto perfetto, io avrei fatto scrivere TUTTI i testi e i balloon a mano. Credo che l’opera ne avrebbe giovato molto.

A parte questo, però, non ho davvero nulla da dire. Ho letto con vivo piacere le storie della giovinezza di Midori, le ho molto apprezzate, così come ho apprezzato la schiettezza e l’universalità dei suoi messaggi. I ritratti della sua gioventù e delle sue idee e piaceri di bambina, i ritratti della sua famiglia e delle varie situazioni, mi hanno convinto tutti, e credo siano narrati con grande padronanza di stile, quella padronanza che porta a essere semplici, ma non per questo meno efficaci. Anzi: meglio 3 pagine disegnate così che 100 di manga con ipercombattimenti, superpoteri e superagazzine nude! L’opera mi ha stupito per la sua stessa inaspettata presenza, per la sua eleganza, per la ricchezza dei suoi contenuti, per la sua sincerità e passione, per la sua tranquilla nostalgia, per la sua serenità e personalità, e per la grande forza comunicativa.

Sono molto contento di aver scoperto (letteralmente!) “Un posto dove vivere”, contentissimo di averlo comprato e letto, e ancora più contento di vedere un prodotto così elegante e bello, curatissimo e ricco, nello stand di un editore così piccolo e nuovo. Davvero un bel lavoro, per il quale non possiamo che fare i complimenti tanto all’autrice quanto a chi lo ha mandato alle stampe in maniera così degna.

Bravissimi tutti! 

ABBIAMO PARLATO DI: “Un posto dove vivere”, di Midori Yamane.
Genere: Slice of Life/Biografia
Formato: 15×21
120 Pagine
Colori: Bn / Colore
Costina: 1,4 mm
Copertina: Cartonata Lucida
Carta: 120 gm bianca
Rilegatura: Brossura fresata

In vendita QUI

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