Le 110 tavole – episodio 1: “Yuki no Hitodama”

kumi1

Buongiorno.
Buongiorno a te.

Allora, questa è una nuova rubrica, “le 110 tavole”. Di cosa parleremo?
Molto semplice: analizzeremo un fumetto o un autore, sempre italiano come nostro costume, possibilmente giovane, anche autoprodotto, citando in particolare una tavola, e solo una. Ovviamente tu sai che con “tavola” si intende una pagina di fumetto, no? Perché tecnicamente una pagina di fumetto è chiamata”tavola”. Ok?

Sì, sì, come ti pare.
Bene. Questa rubrica non avrà un periodicità regolare, perchè non so quanto tempo potrò dedicarci. Diciamo che è nata, come per la prima “pillola”, a grande richiesta. Per cui vedremo se riuscirò a portarla avanti. E cercherò di non essere troppo “tecnico”, troppo puntiglioso o preciso. Così l’articolo sarà fruibile più o meno da tutti, no? Che dici?

Vedi tu. Di cosa parliamo oggi?
Di Yuki no Hitodama, o Yukidama, un fumetto scritto e disegnato dalle italianissime MasaKoi Musoka e Kumi Shire. MasaKoi, autrice dei testi, è laureata in lingua e letteratura Giapponese, il che dovrebbe già essere una buona garanzia di qualità. Ma anche KS si dà da fare in questo campo. Il suo fumetto precedente, e ancora in corso, cioè Kitsune to Neko, era più giapponese del Giappone stesso.

Ah, forse l’ho letto. Era carino.
Sì, un bel lavoro. Se poi consideri che era nato per caso, per mettersi alla prova durante una delle “24 Ore Comics”, è una bella dimostrazione di talento per una ragazza appena uscita dalla scuola di fumetto. Più che altro, mi ha fatto capire che c’era qualcosa di buono in lei, come artista.

Ma come mai queste autrici italiane conoscono il Giappone meglio del loro paese? Non è un peccato?
Mah, “un peccato”. Visto in senso lato forse sì, perché sarebbe logico e sensato che un autore – per essere davvero rappresentativo nel suo paese – conoscesse meglio il suo mondo, la sua realtà, piuttosto che altre. Anche perché, non essendo egli nativo di quel mondo, c’è il rischio che ne dia una rappresentazione fondata sul nulla, su stereotipi artistici e letterari, o su luoghi comuni visti solo nei fumetti. Ma c’è da dire che paesi come il Giappone, o gli USA, forniscono da sempre personaggi e storie che stuzzicano molto la fantasia di autori e lettori. Personaggi “iconici” e molto rappresentativi, romantici o “fighi”, che poi possono essere usati da chiunque come mezzo attraverso il quale raccontare le proprie storie. Se io ho una buona storia d’amore, e voglio raccontarla usando il mio cane Muttley, detto “Maccarone”, oppure Superman, oppure un Kappa… in fin dei conti cosa cambia? E’ come usare il bianco e nero, o il colore, o i pastelli, o le tempere.

Ovviamente ci sarebbe da parlare anche dell’invasione manga in Italia, che ha segnato i giovani autori più di ogni altra cosa. Ma questo è un discorso che conoscono tutti.

E quindi?
E quindi va bene così. Quel che conta è il risultato.

Di cosa parla Yukidama?
Ce lo facciamo dire direttamente dalle autrici, copiando uno dei loro riassunti: In un epoca lontana e violenta, Akari, un giovane di stirpe samurai, e Kyoka un bambino che aspira a diventare musicista, affondano i primi passi nella neve verso un futuro abitato da demoni e spiriti assetati di vendetta. Nonostante le spire del destino che li porteranno ad incontrarsi siano ancora invisibili, le origini del Grande Esorcista e del suo fedele Guardiano si nascondono in quella mattina d’inverno, prima che scoppiasse la guerra.

Carino. Forse un po’ vago…
Forse. Il riassunto di un’opera è come il trailer di un film: deve chiarire ai lettori/spettatori cosa vi troveranno, e cosa devono aspettarsi. Farlo eccessivamente didascalico non va bene, perché diventa un banale riassunto; ma neppure essere troppo vaghi o “artistici”. Si rischia di diventare convoluti e poco chiari. Comunque questo va benaccio, dai. Guerra, emozioni, misteri e demoni: mi pare ci sia tutto. E la storia parla esattamente di questo, di giovani aspiranti samurai che partono per una guerra che credono sarà breve, ma che invece sarà molto più dura e complicata di quel che si aspettavano. Mentre in patria un bambino con degli strani “poteri” inizia un percorso che lo porterà… ancora non lo so.

Ma è una storia completa?
In realtà no. Sono previsti SEI volumi a fumetti e DUE Light Novel, ambientate in momenti diversi. I fumetti nel passato, le LN nel “presente”, diciamo.

Un progetto ambizioso…
Eh sì. E rischioso, anche. Se sei un autore autoprodotto, inizi a pubblicarti da solo, e per una ragione o per l’altra il pubblico smette di seguirti, o vendi troppo poco, che fai? Continui a impegnare il tuo tempo – MOLTO tempo – in un’opera che sta fallendo? La lasci a metà rischiando di scontentare i fan fedeli? Mettere su progetti a lunga gittata è molto più rischioso di puntare su un volume singolo. Male che vada, in un fumetto autoconclusivo la storia è completa. E se va bene, puoi sempre fare un seguito. Senza dimenticare che è molto più facile vendere un volume singolo a un editore, piuttosto che una serie lunga. Soprattutto se sei un giovane sconosciuto.

Ma guardiamo anche i numerosi lati positivi: un progetto lungo, se seguito, fa crescere il tuo pubblico e fa crescere anche te come autore. Ti fa rimanere attivo e presente sui social e sulla testa della gente. Darsi delle scadenze, inoltre, è utile per diventare professionali. Saper sviluppare una storia complessa è importante. Avere un traguardo da raggiungere lo è altrettanto. E riuscire a toccarlo è un ottimo messaggio di efficacia e bravura. Si cresce molto, facendo così. E si danno molti messaggi positivi. Da questo punto di vista, tanto di cappello alle due autrici.

Va bene, dai: dimmi i punti di forza di questo fumetto.
Mmm… sicuramente la complessità del lavoro. Poi i personaggi, numerosi e tutti con un ruolo e una personalità ben delineate. I misteri sul futuro (bello il fatto che le LN ci racconteranno il futuro: i fumetti via via riempiranno i vuoti)…

Mi ricorda “Berserk”…
Eh, va beh, non esiste un’opera che non ne ricordi un’altra! Ma che vuol dire? Se una cosa del genere avesse un significato, allora tutti i romanzi pubblicati in Italia dovrebbero ricordare il primo perché sono scritti in italiano, e perché sono fatti di carta. Leggiti “La Morfologia della Fiaba di Propp: le possibili combinazioni per scrivere una fiaba – ma anche una qualsiasi altra storia – sono al massimo TRENTUNO, e i possibili personaggi SETTE. Come le note, che sono sette pure loro eppure bastano a scrivere migliaia di canzoni. Quindi? Di che vogliamo parlare?

Va beh, andiamo avanti. Altre cose positive?
I dialoghi funzionano. La storia è semplice e diretta. I personaggi hanno una loro evoluzione e dei rapporti ben delineati. E molto bello anche il fatto che in questa trama di passioni, onore e famiglia entrino i mostri, i demoni, o non so che altre creature del folklore nipponico. I mostri stanno bene dappertutto, creano curiosità e tensione narrativa. E qualcosa mi dice che le autrici sapranno mostrarceli in maniera filologicamente molto corretta. Da brave appassionate della cultura Nipponica, non possono fare di meno…

E i disegni?
Non sono perfetti, ma funzionano. Ricordiamoci che questa è praticamente un’opera seconda, quindi abbiamo davanti un’autrice con largo spazio di crescita. E considerando questo possiamo dire che fanno bene il loro lavoro. Sulla precisione rispetto ai punti di riferimento non mi ci soffermo neppure, perché è palese: il desiderio di rifarsi alle vecchie stampe Giapponesi è forse la cosa più interessante e degna di nota. Ci sono dei punti in cui si vedono certi segni di pennello su carta che sono davvero commoventi nella loro grazia e fluidità. Direi che la passione e il desiderio di rifarsi agli antichi maestri sono davvero grandi, e da far notare.

Inoltre, i personaggi sono davvero espressivi, e vengono fatti “recitare” bene. E il segno, che in maniera molto superficiale può sembrare “da manga”, in realtà lo è molto poco. E’ un mix di stili e di influenze, e dire che è un segno da fumetto giapponese sarebbe sottovalutarlo. Credo che crescerà ancora.

Della grafica dell’albo che mi dici?
Che anche dal punto di vista grafico il volume è curatissimo. Illustrazioni, presentazioni dei personaggi, preview dei numeri futuri, presentazioni delle autrici: c’è tutto. Non si possono proprio vedere quei fumetti in cui abbiamo copertina… pagina bianca… inizio della storia…. pagina bianca… quarta di copertina magari vuota. Il pubblico ci tiene, ed è bello vedere un volume curato!

Non ci si può più permettere di essere “amatoriali”…
Assolutamente no. Con le possibilità che ci sono oggi, con le stampe online, con i programmi di grafica, chi è sciatto lo è perché incapace o pigro. E nel caso in cui non lo fosse, questo è comunque il messaggio che offre al lettore… o – peggio ancora – al possibile lettore che passa davanti al suo banchetto e dà un’occhiata al lavoro. Se è squallido, tirato via, colorato male, anonimo, non lo comprerà.

Va bene: passiamo alle cose negative. Perché ci sono, no?
Sembra quasi che ti faccia piacere…

No, no…
Ma tu che fumetti leggi?

Tex. Dylan Dog, ma solo per criticarlo. E poi i grandi maestri italiani e francesi. Qualche serie USA di supereroi. I manga mi hanno stufato. E gli italiani sono inferiori a tutti.
Ecco, questo spiega tante cose.

Va beh. Passiamo velocemente ai punti negativi.
Li elenco. In primis c’è il rischio che il progetto si interrompa. Come ho detto qui sopra, non è una cosa negativa di per sé, ma un possibile problema che bisogna tenere in considerazione quando si investe tempo e denaro in un fumetto. Ah, e senza contare poi che se il tuo pubblico esiste, poi DEVI accontentarlo. Dovresti portare a termine il tuo lavoro anche se ti sei stufato, o hai cambiato idea, o non sai come fare. Altrimenti fai brutta figura, diventi inaffidabile, e la gente può pensarci due volte prima di ridarti i suoi soldi.

Riguardo la storia direi che il problema più grosso (problema tra virgolette, perché non è detto che lo sarà davvero) è che il volume ha le tempistiche di un manga senza essere un manga. Abbiamo molta attenzione ai personaggi, al loro sviluppo, ma solo un’ottantina pagine a disposizione. E dunque il primo numero finisce prima che la storia abbia del tutto ingranato, lasciando alcune cose sospese o solo accennate. Saranno così interessanti questi “sospesi” da convincere il pubblico a comprare i numeri successivi? Immagino di sì, anche se non posso averne la certezza. Inoltre chi legge queste serie è abituato a concetti narrativi simili, dunque non credo ne rimarrà deluso. Ma in generale, per quanto le autrici abbiano fatto miracoli con le pagine che avevano a disposizione, e messo insieme una buona trama, la sensazione che si ha in alcuni punti è quella di aver letto un lungo prologo. E il prologo di una storia non può durare troppo. Il prologo deve essere appunto ciò che il suo nome suggerisce, e poi deve essere la storia stessa a “raccontarsi”, a “spiegarsi”, con i fatti, e con le reazioni dei personaggi a tali fatti. Qui abbiamo tempi un po’ dilatati, forse troppo. Per dire, la questione dei “mostri” rimane praticamente assente a parte un paio di accenni. E in generale l’impressione è che il racconto, per quanto messo in piedi con cura, debba ancora ingranare.

Inoltre, il pubblico distratto di oggi “pretende” dagli autori che spieghino tutto e subito, che svelino subito le loro carte. Se poi ai lettori piacciono, continueranno la lettura. Ma non si può tirare più di tanto la corda, non si può sperare che un lettore ti segua per uno, due, tre, quattro, cinque o più anni solo con la promessa delle tue rivelazioni. Anche se le eccezioni a questa regola esistono, ovviamente.

Pensiamo ai manga, per rimanere in tema: di solito il primo capitolo di una serie è lungo il doppio o il triplo, e ha lo scopo di presentare tutto e tutti. La storia lì è già completa, e poi cresce intorno a un personaggio come una pianta da un seme. Ma il seme ci deve essere, tutto, e subito. Tanti successi di pubblico partono proprio da concetti simili, resi particolarmente interessanti dal talento di quel particolare autore, o da concetti che appassionano fin da subito il lettore.

A me pare anche che manchi un vero protagonista.
Vero, e falso. Il racconto è “corale”, ci sono tanti personaggi che si evolveranno – o spariranno , o moriranno? – nei numeri successivi, lasciando spazio agli eroi principali. Ma in effetti, per quanto tutti i protagonisti siano ben raccontati, forse è vero che si stenta un po’ a capire “di chi sia la storia”. In questo senso ci aiutano un po’ le note delle autrici, però sì: tutti sono protagonisti a pari merito, e dunque nessuno lo è veramente. Per ora. E ripeto: da un lato la cosa arricchisce, da un altro no. Bisogna vedere come la prenderanno i lettori. Ma vista la qualità io sono fiducioso.

E per il disegno, ci sono problemi?
Belli, i disegni! Ma troppi primi piani e troppi pochi sfondi. In parte la questione degli sfondi è voluta, se pensiamo al desiderio di richiamare le vecchie stampe, ma non sempre la cosa è produttiva: alcune vignette sembrano semplicemente “vuote”, e basta. Penso in particolare alla scena della battaglia, molto “vecchio stile”, ma al punto di apparire vuota, nebulosa, confusa, come se in combattimento fossero solo in dieci. E per il resto accade spesso che la storia venga raccontata dai testi, e mostrata poco. Esempio a caso non tratto dalla storia: Gino sparisce volando, e i tizi che erano con lui se ne stupiscono. Se vediamo Gino che vola via, la scena è ok. Se vediamo due primi piani degli amici, in cui uno dice “che sta facendo Gino? Vola via!”, e l’altro amico che guarda atterrito verso l’alto dicendo “ah!”, in direzione di un Gino fuoricampo, allora no, non va molto bene. La storia si deve vedere, non si può semplicemente “raccontare” fuori scena (accade un po’ così nella scena della sparizione della bambina che vediamo all’inizio di questo albo). Comunque va detto che a parte qualche incertezza iniziale, poi il segno si fa sempre più sicuro, e i personaggi sono molto piacevoli da vedere e soprattutto espressivi. Ah, ho qualche dubbio anche sui colori, ma solo riguardo la loro ricezione da parte del pubblico. Il loro senso, ovviamente, ce l’hanno. Sai, inverno, Giappone, antiche stampe… no, eh?

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Veniamo alla tavola che hai scelto per la prima puntata di questa rubrica fallimentare. Come mai proprio questa?
A parte che la rubrica non mi sembra affatto fallimentare, ho scelto questa tavola in particolare per un motivo: perché mi piace molto il modo in cui passa da uno dei personaggi principali agli altri con una transizione davvero elegante…. Anche se – paradossalmente – non del tutto corretta nel senso di lettura, per un fumetto che si legge “all’italiana” .

In vignetta 1 vediamo il personaggio del bambino che è uscito di casa accompagnato dal padre, e sta camminando. E’ qui che montaggio non convince del tutto, perché sembra da “giapponese non ribaltato”. In un’ottica occidentale – con lettura quindi da sinistra verso destra – avremmo dovuto vedere per prima cosa il bambino, e poi lo sfondo, seguendo il normale movimento degli occhi che fa qualsiasi lettore europeo. Oltretutto, in questo modo la transizione sarebbe stata completa al 100%: si passa dal bambino, cioè la vecchia scena, alle porte del dojo, cioè l’inizio della nuova. Così, invece, ci cascano davanti agli occhi prima le porte, e dopo il bambino. Ma in realtà, nonostante questo, la pagina funziona lo stesso, e lo fa bene.

Come dicevo, in vignetta 1 abbiamo in primo piano il bambino e in secondo piano l’ingresso della stanza nella quale si allenano quelli che saranno gli altri tre protagonisti. Una donna sta chiudendo i pannelli che danno sull’esterno. Andiamo in vignetta 2 e abbiamo fatto una zoomata in avanti, sia nel tempo che nello spazio: vediamo un piano medio della donna che ha quasi finito di accostare i pannelli, spalancati nella vignetta precedente. Poi, e siamo alla 3, c’è un controcampo e adesso siamo dentro la stanza. Il tempo è andato un altro po’ avanti, e infatti la donna ha già finito di chiudere e si sta girando. In più, vediamo una dei nuovi protagonisti che si spoglia.

Quarta vignetta, ed eccoli tutti e 3. Il tutto nel silenzio più completo. Transizione molto elegante, ripeto. Che racconta senza parlare.

C’è da dire anche che in generale Kumi sa gestire bene i cambi di scena (si vede anche più avanti, nella tavola chiusa dalla lanterna rossa che si rivede comparire nella scena successiva). Forse un insegnamento della scuola del fumetto ben fatto. Forse sua bravura. In ogni caso, un bel lavoro. Questa ragazza, credo, crescerà ancora molto. E bene.

Va bene. Abbiamo finito?
Direi di sì.

Evviva. Come la chiudiamo?
Certo che il tuo entusiasmo è davvero palpabile. La chiudiamo dicendo che il fumetto è valido. Una piacevole lettura, che di certo accontenterà i fan di simili prodotti, e credo che il la qualità crescerà via via. Come opera si merita di raggiungere il suo obiettivo, e penso lo farà. Personalmente avrei condensato un po’ e dato più succo al racconto, aggiunto più elementi portanti e arricchito vignette e sfondi; ma il risultato finale, pur con qualche inciampo, è valido. Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di giovani autori autoprodotte, quindi qualche incertezza è quasi d’obbligo. Comunque la storia ha molti punti di forza e un bel lavoro sui personaggi, ognuno con i suoi piccoli misteri e problemi. Credo che il secondo numero sarà quello davvero importante per capire la serie. Bisognerà che molte parti vadano al loro posto. Per il resto, nulla da dire su narrazione e stile: una bella prova. Quindi in bocca al lupo alle autrici, e complimenti per il lavoro e l’impegno. E anche per il bellissimo stand in stile giapponese che montano alle fiere: davvero carino.

E tanti saluti a tutti.
Madonna, quanto sei acida.

Sì, sì. E un link non lo mettiamo?
Mettiamo la pagina Facebook ufficiale, cioè QUESTA.

Okay. Di cosa parleremo la prossima volta?
Ancora non lo so. Ma credo di “Radici”, di Giorgio Pandiani.

A posto. Allora addio.
Addio…

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