Le 110 tavole – Episodio 3: “CANI”

 

cani cover

Era da tanto che non leggevamo un’antologia.
Vero, è un bel po’.

Sarà che in Italia se ne fanno poche. Non sono mai andati molto gli antologici da noi,  sia a fumetti che in narrativa. Chissà come mai.
Non saprei. Sarà una questione culturale. Però, almeno nei fumetti, soprattutto in questo ultimo periodo si sta andando un po’ in controtendenza. Sarà perché produrre antologie – fatte spesso da piccoli editori o da autoproduzioni – costa meno in termini di impegno per gli autori, sarà che ci sono tanti fumettisti più o meno giovani che sono sempre pronti a collaborare a certi tipi di progetti che danno un minimo di visibilità…

Anche se spesso, ahimè, niente soldi!
Problema comune a tanti. Comunque, visto che in questo caso stiamo parlando di un’antologia che sta venendo finanziata tramite un crowdfunding, qualcosa verrà ricavato, e tutti il ricavato verrà messo a disposizione degli autori per promozione, fiere, spostamenti, e via così. Diciamo che tutto sommato, e visti i tempi, e visto il fatto che nessun editore scommette sulle antologie, è un compromesso onesto.

Allora diamo subito il titolo e mettiamo il link, così chi legge può farsi da subito un’idea del prodotto.
Mi sembra giusto. L’antologia è CANI, ideata dal collettivo Blatta Production, e ancora per qualche giorno si può finanziare andando a questo indirizzo QUI

E adesso andiamo al sodo: è bella, questa antologia?
Sì, lo è.

Devo premetterti una cosa: neanche a me piacciono le antologie.
E ti pareva che ti piacesse qualcosa che non fosse banale e ultraclassico.

Che c’entra. Non mi piacciono le antologie perché spesso con la scusa di riempire pagine si infilano dentro autori di tutti i tipi, spesso molto diversi tra loro, che fanno storie di tutti i tipi, di qualità altalenanti, e che alla fine hanno un impatto negativo sul risultato finale. Diventa una specie di riunione di condominio, di quelle che quando arrivi alla fine sono passate tre ore e non si è deciso un cazzo.
Su questo ti devo dar  ragione… in parte.

Sì, sì, “in parte”. Non ti allargare troppo, per carità, sennò poi stai male.
Nel senso che è vero: le antologie “amatoriali”, quelle dove si buttano dentro tutti, e soprattutto dove non c’è una linea editoriale, un tema ben definito, e un controllo sugli autori, finiscono spesso per essere un minestrone senza sapore, o troppo saporito. E si sa che quando il condimento è troppo inspido, o al contrario ci sono troppe spezie diverse, il risultato finale non è mai buono.

Cos’è, siamo diventati una rubrica di cucina?
Era una arguta metafora, tutto qui.

Suvvia, suvvia: recensire!
Ecco: per rispondere alla tua domanda, NO, qui non siamo di fronte a un’antologia amatoriale ma a un bel prodotto professionale. 20 autori, 20 storie, un bel volumone di 280 pagine, e un tema unico e chiaro: i cani. Punto e stop. Tutti gli autori sono centrati sul tema (con forse un paio di eccezioni e un distinguo che faremo alla fine), non si percepisce sfasamento nei passaggi di storie, temi, e atmosfere, non ci sono altalene di qualità… insomma il prodotto oltre che ben realizzato è ben curato. Il tema poi – almeno all’apparenza – non pareva tra i più facili da gestire o tra i più esaltanti, in mezzo ai tanti prodotti “iper-ultra-mega-galattici” che escono oggi. E invece è l’opposto.

Quindi si possono fare 20 storie sui cani?
Secondo me anche 200, e questa antologia lo dimostra. I cani sono nostri compagni da sempre – come i gatti – e in quanto tali sono un po’ il nostro specchio. Dentro di loro possiamo infatti vedere anche noi stessi; e condividendo la stessa loro realtà “domestica”, possiamo riversarvi dentro i nostri pregi e i nostri difetti. È come se oltre le loro vite i cani vivessero anche le nostre, e quelle del nostro mondo. E questa antologia ce lo dimostra.

A me piacciono più i gatti, perché sono più indipendenti.
E allora ti dovresti leggere questa antologia. Magari allarga un po’ il tuo giudizio.

Sì, sì. Parliamo dei contenuti. Antologia, quindi racconti a fumetti brevi. Efficaci?
Efficaci, con personalità, e direi tutti ben riusciti. Non so quanto lavoro c’è stato in fase di selezione e di controllo editoriale, ma la cosa che più mi è piaciuta è il fatto che in 20 storie non se ne trovano due uguali. Ciascuno ha avuto un approccio alla materia diverso e personale, ma nello stesso tempo coerente con il senso del volume. C’è una qualità di fondo che si conserva uguale, c’è una bella spinta nella direzione del fumetto “undeground” che si percepisce molto nettamente….

Anche se al giorno d’oggi è sempre più difficile stabilire cos’è “underground” e cosa non lo è.
Forse sì e forse no. Di certo c’è spazio per una moltitudine di linguaggi in più rispetto a una volta, e molti stili un tempo considerati elitari o al contrario elementari sono stati sdoganati anche tra il grande pubblico; ma un certo tipo di stile “urticante”, “spigoloso”, così come certe narrazioni “concrete”, “basse”, si percepiscono ancora perfettamente per quel che rappresentano, per il tipo di cultura artistica che portano avanti.

Diciamo comunque che in questa antologia c’è spazio per varie declinazioni, e non tutte underground. Meglio così. E nei 20 racconti c’è spazio per il serio e il faceto, per l’ironia e la violenza, la distopia e la critica sociale, il sentimento e la presa in giro, la vita vissuta e la fantascienza, la realtà e la metafora… di tutto, insomma. E da questo si evince che il cane in quanto tale è declinabile in qualunque di queste accezioni.

Come i gatti.
E i pesci rossi?

Penso uguale.  Forse un po’ meno.
E i criceti?

Boh. Meno. Ma che c’entra?
Se non lo capisci tu… Lascia perdere e andiamo avanti.

Tanti autori, anche bravi,  e in mezzo una colonna portante del fumetto italiano: Giuseppe Palumbo!
Che, tanto per dire di chi parliamo, da giovane lavorò per Frigidaire, e poi per Bonelli, per la Phoenix di Danilere Brolli (mai troppo compianta!),  ora per l’Astorina… Un pezzo di storia che è bello trovare in quest’antologia. Ma che non toglie alcuno spazio e alcun merito agli altri autori, attenzione eh!

Certo,  Palumbo è sempre Palumbo. Ha uno stile che davvero si riconosce lontano un chilometro. Bellissimo.
Sempre stato bravo, qualsiasi cosa ha fatto. È uno di quelli che quando disegnano un personaggio, il personaggio diventa il loro. Non “ecco Diabolik disegnato da un tizio” bensì “ecco il Diabolik di Palumbo.” C’è un bella differenza.

Le tue storie preferite?
La prima è la copertina realizzata da Vittoria Ricci, con la parola CANI scritta come se fosse una macchia del pelo. Bella idea di Marcus L: semplice, chiara, concisa ed efficace, e realizzata con grande stile ed efficacia. Quasi da marketing pubblicitario. Mette subito in chiaro le cose senza inutili complicazioni.

Infatti molto bella. E i fumetti?
A modo loro sono tutti ben fatti, e tutti solidi, ben sviluppati. Le storie hanno uno sviluppo coerente e arrivano a un finale ben preciso, non si ha l’impressione di assistere ad esercizi di stile (a parte lì dove la cosa è palese e dunque giusta), e l’impressione è che ogni autore abbia ben chiaro il proprio percorso stilistico. Tanto che sarebbe problematico secondo me segnalarne dei “preferiti”. Va bene quando sei bambino, quando ti chiedono qual è il tuo migliore amico e tu lo sai sempre; ma quando cresci inizi a vederla un po’ diversamente, e scopri che tanti amici sono “migliori” sotto qualche punto di vista.

 E allora parla di tutte. Basta che non ti dilunghi come al solito, sennò qui facciamo notte.
Sarò breve.

“Ciao, sono un cane! Non ci credi?”, di Oral Giacomini.
Stile! Stile! Stile! Bomba! Bomba! Bomba! Oral ha una tremenda potenza narrativa, disturbante e rombante come un terremoto. Nelle sue mani anche nulla diventa tutto.

“Benvenuti a Coccolandia”, di The Sando.
Grafica e divertimento. Il cane non è protagonista ma comparsa, però bellissimo finale, che riesce anche ad arrivare inatteso. Bello!

“Cagnaia”, di Vaga.
Come prendere la storia più classica del mondo e renderla nuova a colpi di stile narrativo. Molto ben riuscita, davvero ben fatta.

“Cut Bullove”, di Giuseppe Palumbo.
Palumbo riprendere un suo vecchio personaggio, Cut, e lo fa interagire con un cane dinamitico. Lezione di talento per un maestro che non ha nulla da dimostrare, ma si diverte a farlo.

“Punk & Bestia”, di Stefano Werne
Quando parlo di “fumetto underground” ben riuscito è a storie come queste che mi riferisco. Crudezza, realismo, critica sociale, stile “rozzo” come i temi, e qualche tocco di classe. Una delle storie oggettivamente migliori.

“La fine che avrei voluto darti”, di Marika A. Bigoni
Realismo, obiettività. Chi ha avuto un cane non può che capire. Bella storia sincera. A livello puramente personale,  l’unica cosa sulla quale non concordo è il punto in cui i discorsi degli altri diventano improvvisamente delle stupide cretinate solo perché “noi” abbiamo un problema. Mi pare una semplificazione troppo egoistica per essere valida in senso oggettivo. I discorsi vuoti sono la realtà della quale facciamo parte e che contribuiamo a costruire, e la sofferenza non fa altro che farci rendere conto di ciò a cui di solito non diamo importanza. Per quanto io sia sostanzialmente d’accordo con l’autrice, non attaccherei gli altri solo perché non sanno che “io” sto male. Per il resto, storia PERFETTA.

Non ti dilungare, ti ho detto…”Fratelli,” di Chiara Mannella.
Bello stile! Che segno potente! Narrato e disegnato ottimamente, anche se ho qualche difficoltà a capire il cuore del racconto. Perché la morte? È un ritorno alla normalità dell’istinto canino? Stupendi i cani, stupendo il bianco contrapposto al nero. Funziona sempre.

“Notti stellate e cani di piccola taglia”, di Marcus L.
Oh, beh. La storia è molto bella e ML è bravo come autore e sa davvero come raccontarla. È in crescendo, e il finale è ottimo per quanto sa intrattenere e far pensare allo stesso tempo. Ma stranamente i cani hanno un ruolo quantomeno scarso al suo interno, tanto che a metà racconto spariscono del tutto. Che questa storia sia stata fatta proprio dall’ideatore dell’antologia mi pare quantomeno peculiare, mi lascia un po’ perplesso. Bella, comunque.

“Leelap”, di Anne-Sophie Diap.
Una sola parola: deliziosa.

“El pitolonn”, di Vano.
Un pezzo di bravura. Ricca, ben disegnata, complessa, peculiare, particolare, non banale, non scontata, disegnata con molto stile… davvero ottima!

“La cartolina”, di Roberto Cavone.
Anche Cavone è un vero erede dell’underground, e ce lo dimostrano sia la sua narrazione che il suo stile “lurido” come la cartolina che è il cuore della storia. Quanta Italia, e quanta realtà ingombrante e puzzolente nelle sue tavole! Bravo davvero, bravo.

“L’arte di Paco”, di Irene Tonin.
Una piccola storia carina, innocente, innocua… e poi quel “troia” è il colpo a effetto finale. Davvero ben riuscita!

“Mostri dallo spazio”,  di Delacroix.
Bello davvero vedere un Delacroix in salsa fantascientifica. E devo dire che il suo segno – non credevo – ci si sposa molto bene. Racconto con pochi cani, devo dire, ma ben riuscito lo stesso, in quanto vi appare comunque il concetto di “caninità”, o comunque cosa significhi essere cane. Bella scoperta! E 30 e lode per il fantadelacroix.

“Cucciolo di mamma”, di Chiara Gabrielli
Interessante il punto di vista: i cani specchio della nostra stupidaggine, in uno degli assurdi rovesciamenti di ruoli che si vedono oggi. E anche a me “pare perplessa la bestiola”.

“La specie dominante”, di Felica Romeo.
Sana vecchia fantascienza distopica! E i cani hanno un ruolo anche in questo genere. Storia  apparentemente“innocua” rispetto alle altre, ma con diversi spunti simpatici, e una logica di fondo ben congegnata. Plausibile, tutto sommato!

“Solo un cane”, di Stella/Nomisake
Funzionale, e dai bei colori acidi, che ben mostrano l’atmosfera di terrore. Non è ben chiara la motivazione dietro il massacro, e questo rende meno potente la storia. Ma forse, conoscendo gli umani, una motivazione non c’è, o è la più stupida possibile.

“Fuga in bau minore”,  di Werne/Comaviba
Bella perché nasce “comica” e finisce “tenera”. A volte si riesce a raccontare di più in tre paginette mute che in un libro di mille, e questo piccolo fumetto ce lo ricorda.

“Canis Lupus Familiaris”, di Fabio Cesaratto.
Semplice, diretta, schematica, precisa. Dritta al punto. Poi, di colpo, l’irruzione dell’irrazionale. E dritti al punto di nuovo. Espressione artistica ben precisa, davvero bello lo stile.

“Birillone”, di Modugno/ Ricci
Altra storia vera. Che dire? Non si può proprio dire niente, se non ringraziare per la testimonianza. È innegabile che ogni cane lascia un segno profondo nei propri padroni, e sono proprio storie come queste che lo testimoniano. Bella come lo sono tutte le storie vere e sincere.

“Cani”, di Florian Andrea Muller.
Propone una tesi che rischia di far crollare tutta la realtà che conosciamo. Quali temerari hanno mai permesso si pubblichi un documento così compromettente? Leggete a vostro rischio e pericolo. Io, però, padrone contemporaneamente di due cani e un gatto, di mio posso dire che hanno personalità completamente diverse. E cazzo quando dormono i gatti!

E questo era tutto. Un pregio dell’antologia?
Il fatto che gli autori siano tutti validi, che ci sia tanta carne al fuoco, che le storie siano tutte belle, ben progettate, ben inserite… insomma che il progetto sia solido sotto ogni punto di vista, dalla grafica ai contenuti.

Un elemento negativo?
In realtà due, ma relativi. Il primo è che nonostante il titolo, e nonostante tutti gli autori parlino di cani o li inseriscano nei fumetti che compongono l’antologico, molto spesso essi diventano metafore, o rimandano ad altro, o rispecchiano noi, o sono versioni alternative, e via dicendo. Alla fine di “cani veri”, di cani in quanto cani, ne vediamo solo una parte ristretta, e il cane rimanda quasi sempre a qualcosa di esterno da sé. La cosa non si nota all’inizio, ma quando si tirano le somme è necessario fare un distinguo. I cani che abbiamo qui sono più un motore narrativo che dei protagonisti. Sono più cani metaforizzati piuttosto che animali veri, e dunque noi eventuali lettori che cercavamo dei cani veri, arrivati alla fine della lettura scopriamo di conoscere di essi ben poco di più rispetto a quello che sapevamo all’inizio.  Era questo l’intento degli autori? Cane come animale amico dell’uomo o cane come elemento narrativo? Forse era necessario stabilirlo da principio, anche se alla fine le singole storie non ne vengono “danneggiate”.

Il secondo elemento negativo secondo me riguarda le biografie degli autori, che come sempre accade credono che puntare sulla simpatia o sui lieti aneddoti riguardo la loro vita serva a qualcosa. In realtà è l’opposto. Anche perché una biografia può diventare un curriculum offerto a un lettore che sia anche una possibile fonte di lavoro; e a un colloquio di lavoro si presentano fatti concreti, luoghi e date, e non gag. Forse fare i divertenti o i misteriosi può avere effetto su qualche lettore, ma in realtà non conferisce quell’aura di ironico mistero che molti autori credono. Anzi. Dunque perché non sfruttare lo spazio disponibile per rendersi rintracciabili con un nome, un sito, una pagina, o raccontare come è nata la loro storia per l’antologia?

E passiamo alla tavola scelta per onorare il nome di questa rubrica. Stavolta è stato più complicato, eh?
Un’impresa molto difficile, perché molti autori avrebbero meritato di essere citati. Eppure c’è una pagina che mi ha colpito subito, in modo assoluto, in senso davvero viscerale, ed è questa qui:

leelap

È la prima pagina di “Leelap”, di Anne-Sophie Diap. Quindi ce l’avevi una storia preferita, dopo tutto!
Ancora!

Ancora, sì! Ammettilo, che male c’è!
Ma non è questione di preferita! È solo che a livello di emozioni…

Sì, sì, tu la fai sempre complicata, glaciale, ti affoghi nei tecnicismi, quando invece sei come tutti gli altri.
E tu invece non capisci niente. Comunque, ho scelto questa tavola – e già qui ti contraddico – perché comunica in modo molto emozionante, usando il minimo degli elementi per trarne il massimo del risultato. Abbiamo un campo lungo che mette subito il lettore nella posizione di “osservatore esterno”, come se fossimo lì a vedere la storia partire davanti ai nostri occhi. Poi c’è la neve, il freddo, il fumo del respiro e il silenzio, che ci fanno percepire immediatamente il gelo (e notare lo sfondo descritto con poche righe eppure perfetto). E la cosa funziona così bene che nella seconda vignetta, quando il protagonista chiama il cane, lo fa tramite un “non-baloon” sospeso sopra l’animale, che sembra più una nuvoletta di respiro, si integra con l’ambiente, al punto che pare di sentire – sottile sottile e argentino –  il suono del nome che arriva fino alle nostre orecchie di osservatore, più simile a un suono vero che a immagine o parola.

La terza vignetta poi è l’apoteosi del fumetto, con l’immagine che ci racconta ciò che il bambino dice ma che noi non possiamo sentire lì da dove siamo, e ci riesce benissimo. E poi abbiamo la quinta, nella quale i due protagonisti si voltano verso di noi che li stiamo guardando; ma nella pagina successiva scopriremo che l’osservatore non eravamo “noi”, bensì… quello che scoprirete se leggerete la storia.

Quindi per me sì, secondo me “Leelap” è una storia raccontata benissimo, in maniera perfetta, con un’efficacia cristallina.

E quindi è la tua storia preferita.
E quindi è la mia storia preferita.

Era ora. Abbiamo altro da aggiungere?
Direi che abbiamo detto tutto. “Cani” è un bel prodotto. Spero riesce a venire finanziato, perché se lo merita lui e se lo meritano gli autori. Davvero bei talenti, che ci dicono come il fumetto italiano sia sempre vivo e valido.

Amen. Ci vediamo alla prossima? Dai, che devo uscire.
Alla prossima, alla prossima. Saluti a tutti!

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